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Negli anni bui, l’accoglienza di Rivoir

10.02.2018 - aggiornato: 10.02.2018 - 13:36

IL PERSONAGGIO DELLA SETTIMANA - Il pastore valdese che aiutò i partigiani e i cileni in fuga.

di Laura Quadri

 

Si potrebbe dire, prendendo conoscenza della vita del pastore valdese Guido Rivoir, che le personalità migliori imparano a splendere nei momenti peggiori della storia. È di sicuro quello che hanno pensato i convenuti alla conferenza lui dedicata giovedì sera alla Biblioteca cantonale di Lugano, prima serata del progetto “Lugano Città Aperta”, tenuta in collaborazione con la Fondazione Federica Spitzer. Di origine valdostana (Champdepraz) ma di patria elettiva ticinese – residente a Lugano dal 1951 fino alla morte nel 2005 – studia teologia nelle facoltà valdesi di Firenze e Roma. Parte poi per l'Uruguay per offrire accompagnamento spirituale ai valdesi del posto; un compito che lo aiuta a sviluppare attitudini organizzative in situazioni umanamente difficili. Il ritorno in Italia, nel 1933, riapre il conflitto con il fascismo, con il quale si era già confrontato negli anni di studio. La stessa Tavola Valdese lo giudica troppo sovversivo e battagliero e nel 1937 gli ingiunge di partire per Lugano. È qui che darà il meglio di sé, aiutando prima i partigiani di guerra e poi i cileni in fuga da Pinochet. «La Provvidenza si è servita della mia testardaggine», dirà a commento di questo trasferimento. Ma anche in Svizzera, soprattutto dai finanziatori basilesi della Chiesa valdese, giungono critiche al suo attivismo sociale; ma ancora nel 1947, dichiara di aver bisogno «di seguire l'impulso del cuore e la voce della coscienza». Il golpe cileno del 1973 è in questo senso davvero un anno di svolta. Il governo svizzero, di fronte ai fatti, ha una reazione peculiare: riconosce subito la giunta di Pinochet.

Alla morte di Allende, a Palazzo federale non si espone nemmeno, come da protocollo, la bandiera per la morte di un capo di Stato. Conseguentemente, viene limitata fortemente anche l'affluenza dei profughi. Tutto questo fa risaltare, invece, la determinazione di Rivoir. L'iniziativa “Posti Liberi” a favore dei profughi cileni parte in realtà da Cornelius Koch, “il prete scomodo di Vogorno” che si deve scontrare con la Conferenza episcopale svizzera e il Dipartimento federale di Giustizia, che non condividono la sua linea; per questo decide presto di mettersi in ombra e di affidare a qualcuno meno profilato il coordinamento dell'azione: proprio Rivoir, che si muoverà con grande abnegazione ed efficacia, assumendo il ruolo a inizio febbraio 1974 e diventando figura di riferimento per i cileni in fuga. Egli è la persona ideale: nel suo animo vi è infatti un radicato antifascismo, uno spirito di intraprendenza e uno slancio battagliero, nonché buone capacità organizzative.

Doti che lo avevano spinto a seguire con intensità lo svolgersi della vicenda cilena: «La gente dimentica presto, persino le camere a gas. Troppo si dimentica. Dobbiamo gridare alto e forte e non dimenticare», avrà modo di dichiarare. Grazie al suo intenso lavoro, arrivano quindi in Svizzera ben 400 cileni. In un primo momento, Rivoir viene messo in stato d'accusa, cui seguirà però un decreto di abbandono, riconoscendo che ha agito per motivi umanitari.

Il Giardino dei Giusti, che verrà inaugurato il 26 aprile al parco Ciani di Lugano, vuole dare uno spazio a tutto questo: ricordare come un uomo solo, con la sua forza di volontà, sia stato capace di allargare l'orizzonte al di là della memoria nera del Novecento.

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