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Dalla locomotiva dei Lumière

11.12.2016 - aggiornato: 11.12.2016 - 10:00

In occasione dell'apertura di AlpTransit l'inserto culturale del GdP propone un omaggio al treno, mezzo protagonista di uno dei primissimi cortometraggi della storia.

© Foto dal web

di Marco Zucchi

Sicuramente sono parenti stretti: figli entrambi dell’800, secolo di grandi invenzioni. Uno nasce dalla volontà dell’essere umano di abbattere le distanze geografiche. L’altro ha l’obiettivo ancora più alto di provare (con successo) ad azzerare il divario tra l’immaginario e la realtà, permettendo ad esempio a degli uomini di arrivare sulla Luna ben prima di Neil Armstrong e soci. Il treno e il cinema. Simbolicamente gemelli, se l’invenzione del primo non fosse decisamente anteriore a quella del secondo. E anche quando nel 1882 i primi convogli passano sotto il San Gottardo, la scatola magica dei fratelli Lumière è ancora lontana all’orizzonte. Arriverà solo tredici anni dopo, portando però con sé l’immagine in movimento di una delle locomotive più famose di sempre.

La data esatta dice 6 gennaio del 1896. Già da una settimana i due inventori francesi hanno proiettato attraverso il loro nuovissimo cinématographe quello che è il loro primo film in assoluto. Mostra un gruppo di donne in uscita da una fabbrica, omaggio all’allora imperante civiltà industriale. Come noto però quel corto non è entrato nella memoria collettiva con la forza del successivo, che essendo legato al giorno dell’Epifania non è difficile descrivere come un’autentica apparizione. Inquadrata dall’incerta macchina da presa di Auguste e Louis c’è la stazioncina di La Ciotat, vicino a Marsiglia. In arrivo verso lo spettatore ignaro una imponente locomotiva a vapore. Non dura più di quaranta secondi in tutto. Si dice che molti di fronte alla scena fuggano per lo sgomento, ma la voce è esagerata, alimentata a scopo promozionale dagli stessi Lumière.

Fatto sta che in quei primi momenti cinema e treno vanno davvero a braccetto. E basta avanzare di poco, fino al 1903, per rintracciare un’opera di importanza cruciale che detiene vari primati: primo film d’azione americano della storia, primo western, primo blockbuster di enorme successo e primo film in cui il montaggio viene utilizzato in maniera narrativa. Il titolo è La grande rapina al treno. Per l’epoca può essere considerato un lungometraggio, perché dura più di dieci minuti. Lo gira Edwin S. Porter, un altro pioniere. Lavora per Edison, il grande concorrente statunitense dei Lumière. In quel momento l’epica della ferrovia che sfonda l’argine incontaminato del West è potentissima. Il film ne tiene conto e propone allo spettatore l’incontro ravvicinato con un personaggio che in seguito popolerà massicciamente l’immaginario collettivo: il pistolero con il cappello da cowboy. Nella pellicola una banda di banditi prende in ostaggio un convoglio, uccide il fuochista e alcuni passeggeri, fugge col bottino e alla fine è sgominata. A inizio o a fine film (secondo la libera scelta di chi monta la pellicola di volta in volta) viene proposta l’inquadratura del rapinatore che spara guardando in macchina, quindi verso il pubblico. Un volto che da subito rivaleggia per fama con il cavallo di ferro dei Lumière.

Anche all’inizio del periodo sonoro i registi cinematografici si rendono ben presto conto che il treno rappresenta una location stupenda e molto funzionale: il classico luogo chiuso in cui far dialogare i personaggi. Uno a cui i treni garbano molto è indubbiamente Alfred Hitchcock. Tra i suoi tipici film del periodo inglese, fitti di suspense e di mistero, c’è La signora scompare, del 1938. Un treno viaggia dai Balcani verso Londra, le diverse lingue si mischiano e creano un crogiolo di personaggi diversi tra loro. Una donna sparisce nel nulla e nello scompartimento si srotola il filo del suo destino.

Un altro film hitchcockiano del periodo americano mette invece sulla cartina geografica dell’immaginario cinematografico l’idea che - in un luogo affollato come una stazione - si possa seguire la vita delle persone guardando in basso, inquadrandone le scarpe e i passi. In italiano il titolo L’altro uomo (o anche Delitto per delitto) non rende giustizia, ma in inglese si chiama Stranger on a Train (1951). Proseguendo per elenchi è facile perdersi e avere la sensazione ansiogena di dimenticare qualcosa, in ogni caso: Totò a colori (1952), Quel treno per Yuma (1957), Il dottor Zivago (1965), Assassinio sull’Orient Express (1974), Cassandra Crossing (1976), Station Agent (2003), Polar Express (2004), The Tourist (2010), Snowpiercer (2013) e tutti gli altri mille che vengano in mente agli appassionati.

Ci sarebbe anche l’amore. Sui treni può iniziare, alimentarsi, finire: Meryl Streep e Robert De Niro si incontrano per caso e poi alla fine si baciano (Innamorarsi, 1984). Ethan Hawke e Julie Delpy vivono una passione notturna da sconosciuti durante un viaggio in Europa (Prima dell’alba, 1995). Emily Blunt sfreccia tutti i giorni dal paese dove abita l’ex marito e guarda pazza di dolore fuori dal finestrino (il recentissimo La ragazza del treno, ancora nelle sale).

Per quanto riguarda il nostro Paese, con il rischio di far torto a tanti altri, se ne possono almeno citare tre: quel Pane e cioccolata di Brusati (1973) in cui un Nino Manfredi biondo e zurighesizzato viene respinto con perdite (dopo aver fatto pipì) e deve prendere il treno che riporta gli emigranti verso sud («non avete il mare», urla uno di loro con risentimento). Pochi anni dopo Villi Hermann vince il Pardo d’argento locarnese con San Gottardo (1977), raccontando il primo grande sforzo di sfida ferroviaria alla montagna (1872-’82) e quello del tunnel autostradale (1969-’76). Oggi l’avventura cinematografica del Gottardo si ripropone con i toni epic-pop nella fiction televisiva: una grande produzione internazionale che ha ricostruito Göschenen nei Grigioni e il tunnel vicino a Praga. Evento estivo in Piazza Grande, approda alla RSI domani e dopo, 11 e 12 dicembre.

Lasciando come colpo di fulmine personale il viaggio di due giapponesini con valigiona e prugna in Mistery Train - martedì notte a Memphis (regia di Jim Jarmusch, 1989), tocca infine ricordare che sul grande schermo il treno potrebbe pure non arrivare mai, come capita a Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere (1984): si fermano a un passaggio a livello e si ritrovano nell’anno “quasimillecinquecento” a Frittole.

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