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Grazia Deledda, la voce di una donna isola

17.03.2018 - aggiornato: 17.03.2018 - 10:30

SPECIALE SABATO - Moglie e madre, prima che scrittrice. Attraverso i racconti di quel mondo arcano che è la Sardegna, ha descritto il destino dell’umanità.

di Michela Giacobone

 

«In Sardegna la donna non esiste» scrive il giurista nuorese Salvatore Satta nelle pagine de Il giorno del giudizio, romanzo pubblicato postumo nel 1977. È questa la condizione della donna tra la fine dell’Ottocento e gli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra, tempo in cui la storia è ambientata. La lontananza della Sardegna dalla penisola italiana a quel tempo non rappresenta soltanto una questione geografica. La distanza infatti contribuisce ad acuire il particolarismo dei luoghi e i sardi man mano assumono comportamenti diversi da quelli italiani tradizionali.

Le peculiarità di questo popolo si riversano inevitabilmente anche sulla considerazione del ruolo della donna nella società. «A casa governa le masserizie – prosegue Satta – comanda alle serve e anche ai servi, custodisce le chiavi e vende alla spicciolata i prodotti». È l’anima della casa, la guida dei figli soprattutto quando i padri sono a svernare le greggi per diversi mesi l’anno. Ma nonostante ciò, per l’uomo la donna non è altro che uno «strumento delle esigenze della vita» posta al servizio della famiglia e dei figli e il suo potere si arresta «sulla soglia di casa». È il destino di Donna Vincenza, protagonista del romanzo sattiano che, nonostante il suo animo instancabile e risoluto, è costretta a chiudersi in un silenzio perenne nell’impossibilità di esprimere il proprio pensiero. 

 

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Eppure tra i principali sardi che si ricordino – molto pochi, in verità – due sono donne. La prima è Eleonora D’Alborea, ultima regnante indigena dell’isola, famosa per aver promulgato nel 1392 la Carta de Logu, la raccolta di leggi in lingua sarda che sarebbe stata poi sostituita, nel 1827, con il Codice Feliciano.

Segue Grazia Deledda, scrittrice nuorese vissuta tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, l’unica donna italiana a cui sia stato conferito il Nobel per la letteratura. Vissuta in Barbagia – la regione montuosa della Sardegna centrale, ancora più impenetrabile del resto dell’isola che già i Romani, incapaci a invaderla, definirono “terra di barbarie” – è stata insignita del più alto riconoscimento letterario, ma solo dopo un arduo cammino di affermazione. Anche a Grazia infatti è serbato il medesimo destino che spetta alle donne sarde: essere moglie e madre. Ma lei è diversa: il silenzio che avvolge quel mondo arcano, popolato da folletti, fate e spiriti erranti e ancora da deinas, panas, janas e accabadoras, le sussurra la voce dell’animo umano e perciò vuole da esso lasciarsi ispirare. Ciò che desidera lo scrive in una lettera ad Angelo De Gubernatis, scrittore italiano e suo primo referente «fare, un giorno, qualche poco di bene al mio paese: alla mia terra sconosciuta, dimenticata, dilaniata dalla miseria e dall’ignoranza». 

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