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I 13 disegni di Botta per Hesse

21.11.2015 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:03

I conti non tornavano ed ecco l’idea. Opere esclusive e originali sul tema del vaso-albero che hanno rinnovato l’interesse di mecenati. Loro sosterranno il Museo, ricevendo in cambio uno dei disegni.

L'architetto ticinese ieri al Museo Herman Hesse di Montagnola. (Keystone)

di Dalmazio Ambrosioni

 

Hermann Hesse appartiene alla memoria e all’attualità della Svizzera Italiana. Contribuisce all’identità di questo nostro territorio che ha amato, percorso, descritto, acquarellato e cantato con alcune delle più belle pagine mai dedicate al Ticino. Saremmo più poveri culturalmente senza quella sua prolungata, affettuosa permanenza tra libri e scrittoio, orto e vigna, passeggiate e contemplazioni. Saremmo più poveri senza il Museo a lui dedicato, alloggiato nella casa di Montagnola dove visse per decenni il premio Nobel per la letteratura 1946, uno dei massimi scrittori del ’900. A

bbiamo rischiato per davvero quello che sarebbe stato un imperdonabile impoverimento, ossia di perdere questo Museo così intimo e bello, così capace di rilanciare nel mondo la figura e l’opera di Hermann Hesse e insieme di un Ticino ospitale e attento alla cultura. I conti non tornavano più nonostante qualche contributo pubblico, Cantone e Comune, che comunque copre solo il 10% dei costi. Allora che fare?

 

Intanto vi immaginate Regina Bucher, la direttrice del Museo, e il presidente Marc Andreae, che se ne stanno con le mani in mano aspettando fatalisticamente la fine? Impensabile, e infatti hanno saputo suscitare l’interesse e l’iniziativa dell’architetto Mario Botta, un altro che contribuisce a definire il versante migliore della nostra identità. Mettete insieme Mario Botta, Hermann Hesse, Montagnola, Museo e qualcosa deve necessariamente nascere. Questo qualcosa sono 13 disegni esclusivi ed originali, realizzati da Botta appositamente per l’occasione, che hanno compiuto una sorta di miracolo, ossia il rinnovato interesse di una serie di mecenati verso il Museo. Riprendendo un titolo tra i più famosi della collana di Hesse li hanno chiamati i Giocatori delle perle di vetro, che si sono impegnati a donare al Museo un importo fisso per tre anni consecutivi (per un totale attorno ai 400.000 franchi) ricevendo in cambio uno dei 13 disegni originali di Botta. Belli uno più dell’altro. 

 

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Belli? Direi qualcosa in più, perché recuperano un mondo di pensiero e di progettualità che crea valore al di là di quello finanziario. Questi 13 disegni nascono in una dimensione che accomuna il grande scrittore al grande architetto, in una linea di pensiero che da questo piccolo Ticino si espande verso il mondo, sfiora i paesaggi, le vegetazioni, le presenze e si addentra nell’animo dell’uomo ovunque sia. Portando con sé qualcosa di prezioso, significativo e bello (la bellezza – ha detto Botta – non ha bisogno di grandi palcoscenici), che sboccia da un riferimento simbolico forte ed universale qual è l’albero. I disegni, i 13 “vasi” di Botta prendono forma come alberi e crescendo portano con sé molto del pensiero, del gesto, delle architetture di Botta. «Questi disegni fan parte del mio gesto, della mia storia, della mia biografia, del mio linguaggio. Lì dentro ci sono io».

 

Infatti i 13 disegni si aggiungono ad altre matite su carta così come a forme analoghe espresse in altri modi, sino a diventare punti d’incontro tra scultura ed architettura tanto che nel loro cammino si sono espresse in vari materiali, dal legno (di pero) alla terracotta, dal peltro al marmo di Carrara. A conferma che davvero questi disegni così spontanei e al tempo stesso così circostanziati, sorprendenti per inventiva ma nello stesso tempo tali da ricondurre alle forme di Botta, nascono per davvero da un rapporto diretto con il suo lavoro progettuale, con le sue architetture. Rendono visibile il momento sorgivo del pensiero che si fa forma, lungo un’avventura progettuale nella quale occhieggiano sensibilità che vanno dal Bauhaus a Le Corbusier, a Luis Kahn e ad altre vicinanze sciorinate da Botta lungo un conservare, in sede di presentazione, che ha magnificamente spaziato sul disegno e sul progetto, sull’architettura e sulla modernità, sul bisogno di cultura e di bellezza finendo col trovarsi d’accordo sulla necessità di resistere all’ineluttabilità della globalizzazione. Anche aggiungendo vita ad un piccolo-grande Museo sulla collina con la forza di piccoli-grandi disegni su carta. E, così facendo, contribuendo a salvaguardare un aspetto tutt’altro che banale della nostra identità e della nostra capacità di comunicazione e d’attrazione. 

 

 

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