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Lungo le vie di Todorov, l’ultimo umanista

11.02.2017 - aggiornato: 11.02.2017 - 13:25

A pochi giorni dalla scomparsa, ricordiamo il grande studioso di semiologia e linguistica di origine bulgara.

© Foto dal Web

di Moreno Bernasconi

«Quando si analizzano i comportamenti umani occorre basarsi su osservazioni precise e ragionamenti rigorosi. Ma ciò non basta. Poi giova sottoporre il sapere a un lavoro di interpretazione che gli dà significato. A questo scopo lo studioso di scienze umane si serve di un apparato mentale che è il risultato della sua storia personale. In questo campo, l’identità dello studioso gioca un ruolo molto più decisivo di quanto accade per le scienze naturali». Questa affermazione di Tzvetan Todorov, scomparso alcuni giorni fa, illustra bene il percorso che ha portato questo grande critico letterario - fra i maggiori studiosi della linguistica strutturale insieme a Gérard Genette e il Gruppo “Tel Quel”, Jakobson e Roland Barthes - a emanciparsi via via dallo strutturalismo e dallo scientismo di cui esso era impregnato per diventare un grande umanista, studioso dei drammi e delle sfide degli uomini e delle donne del secolo scorso e di quello attuale. Formatosi in Bulgaria a colpi di materialismo dialettico e sotto la censura stalinista che negava la possibilità di studiare i versi del resistente Mandelstam o i drammi umanissimi dei personaggi di Dostojevski, Todorov si rifugia nell’analisi formalista dei testi.

Dopo la fuga dalla Bulgaria nel 1963, scopre che nell’Europa libera i leader dell’intelligentsia francese (a cominciare da Sartre) chiudono gli occhi di fronte all’invasione sovietica dell’Ungheria, flirtano col comunismo liberticida mentre accolgono a braccia aperte i suoi studi sul formalismo che ben si conciliano con lo strutturalismo di Claude Levi-Strauss. Uomo ponderato e riflessivo, dal 1963 al 1973 il Todorov prima maniera dà il meglio di sé alla Sorbona e al Centro nazionale per la ricerca scientifica con i suoi studi sulla semiologia e la linguistica.

Dal 1973 (data della sua cittadinanza francese e della nascita del suo primo figlio) e con la pubblicazione, nel 1977, delle Teorie del simbolo Todorov si allontana dallo strutturalismo, mero metalinguaggio sul funzionamento dell’opera che finisce per appannarne il contenuto: «Se a mia figlia avessero insegnato solo a distinguere le metafore dalle metonimie, avrebbe finito per odiare la poesia». 

Senza negare l’importanza della fase formalista, Todorov comincia a sviluppare uno spirito controcorrente che fra l’altro lo porterà a considerare il Maggio ’68 una «battaglia di retroguardia» e a giudicare severamente sia l’infatuazione marxista-leninista sia il nichilismo di buona parte dell’intelligentsia francese dell’epoca. È significativo il fatto che il suo rapporto col grande semiologo Roland Barthes si farà più stretto e regolare solo dopo la pubblicazione da parte di quest’ultimo delle toccanti riflessioni all’indomani della morte della madre, che spinsero Barthes a rivalutare la categoria fondamentale della memoria e a prendere le distanze dall’impostazione della rivista di Sartre e Simone de Beauvoir “Temps modernes” (cui Camus non volle aderire - “et pour cause!” -). Nel suo sguardo sul secolo ventesimo, Todorov sta con Hannah Arendt e con Camus e non con Sartre. Una scelta di campo dovuta a una visione umanistica, non nichilista, della cultura e dell’arte, e anche al giudizio sui totalitarismi. 

Negli Anni Ottanta, Todorov scopre l’importanza dell’alterità, che già segnava il pensiero di Emmanuel Lévinas. Ci arriva a partire dalla consapevolezza del suo vissuto di immigrato, diverso linguisticamente e culturalmente, e dall’esperienza di viaggio sfociata nel libro La scoperta dell’America (1982). In Noi e gli altri del 1989, sviluppa un’antropologia filosofica critica rispetto alle tesi di Levi-Strauss e che contesta sia il relativismo culturale, sia il culturalismo nazionalista oggi dominanti, ai quali Todorov contrappone la nozione di meticciato culturale. 

I suoi studi sul Novecento sono di grande attualità. Nel suo libro Memoria del male, tentazione del bene (2000), Todorov - sulle orme di Vita e Destino di Grossmann - rifugge con sottigliezza intellettuale dai manicheismi che tendono a sacralizzare la Shoa e a sminuire i crimini del comunismo ma anche a colpevolizzare un popolo intero, quello tedesco, per i crimini nazionalsocialisti. Con Germaine Tillon - scampata al Lager di Ravensbrück (dove era rinchiusa anche Margarete Buber-Neumann) e poi testimone dei misfatti della guerra d’Algeria -, Tzvetan Todorov è convinto che di fronte ai crimini della storia ci sia un dovere di verità ma anche di giustizia e uno spazio per la compassione fra esseri umani che neppure i lager riuscirono ad annichilire. E per giustizia non intende le condanne sommarie dei tribunali istituiti dai vincitori, ma una giustizia che renda ragione anche della resistenza dei molti che si opposero e, talvolta, anche del ravvedimento dei carnefici. «Il ventesimo secolo - afferma Todorov - ha visto lo scontro terribile fra democrazia e totalitarismi, fra nazionalsocialismo e comunismo. Mi piacerebbe che ci si ricordi anche degli individui che hanno saputo restare umani in mezzo alla bufera». Memore dei milioni di morti in nome del nazionalsocialismo e del comunismo, Todorov è convinto che la sfida del Ventunesimo secolo risieda nella capacità di evitare tre derive. La prima (di cui si parla molto) è quella nazionalistico-identitaria.

La seconda è la deriva strumentale: ovvero la convinzione che la crisi attuale possa essere risolta o con strumenti tecnici o semplicemente dal mercato. La terza (di cui si parla poco) è la tentazione moralizzatrice e politicamente corretta. «Il progetto moralizzatore di voler cancellare dalla faccia della terra l’ingiustizia - afferma Todorov - o anche soltanto le violazioni dei diritti dell’uomo tramite un nuovo ordine mondiale da cui sarebbero bandite guerre e violenze raggiunge purtroppo quello delle utopie totalitarie nel loro tentativo di rendere l’umanità migliore e stabilire il paradiso sulla terra. Né lo Stato democratico né l’ordine mondiale hanno la vocazione di incarnare il bene: è meglio che l’aspirazione alla santità resti una questione privata... La fonte di tali derive sta nella pretesa di sostituire l’uomo con un progetto.  «La realizzazione di ogni individuo non è il risultato né di una buona politica né di una buona morale - afferma Todorov - ma di una vita ricca in amore e in spiritualità, sia che questa prenda la forma di una fede, dell’arte o del pensiero. È grazie a ciò che gli esseri umani sperimentano che la loro vita ha un senso. Di queste condizioni per la realizzazione personale c’è bisogno; non solo nei regimi autoritari ma anche in democrazia».

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