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Se gli USA latitano, i russi si fanno sentire

11.05.2018 - aggiornato: 11.05.2018 - 16:25

DIARIO DA CANNES - Serebrennikov e Loznitsa raccontano due facce dell’ex Unione Sovietica, mentre le sezioni collaterali riservano interessanti scoperte.

© foto dal web

di Francesca Monti

 

L’America diserta Cannes. È questa la voce (e la sensazione) che si sta diffondendo sulla Croisette, tra chi nota come in queste prime giornate di festival la presenza statunitense nelle varie sezioni sia ridotta. Certo, i fattori sono molteplici: dalla rottura con Netflix, che non ha portato al festival francese i propri film, all’imbarazzo per il caso Weinstein, fino alla nuova predilezione per le kermesse preautunnali come Venezia e Toronto. Così, a dominare la scena sono stati per ora i titoli provenienti dall’Est, come l’atteso Leto del russo Kirill Serebrennikov, la cui assenza in conferenza stampa è stata evocata da un’emblematica sedia vuota. Il film racconta la storia di rottura e libertà della rockstar Viktor Coj nell'Unione Sovietica degli anni Ottanta. Inevitabile affiancarlo alla riflessione contenuta in Donbass, di Sergei Loznitsa, film d'apertura di Un Certain Regard, che racconta la regione dell’est dell'Ucraina, teatro in questi ultimi anni dello scontro fra governo centrale nazionale e separatismo filorusso.

Ma, al di là dei venti di attualità di cui il festival di Fremaux si fa volentieri portavoce, la giornata di ieri è stata caratterizzata soprattutto da piccole grandi scoperte, soprattutto nelle sezioni collaterali.

Per trovare il primo film statunitense degno di nota, ad esempio, bisogna guardare alla Semaine de la Critique, che è partita con un esordio sorprendente: quello dell’attore Paul Dano, che molti ricorderanno nei panni di un adolescente problematico in Little Miss Sunshine, o per la sua partecipazione a Il petroliere di Paul Thomas Anderson. L’interprete 33enne ha deciso di portare sul grande schermo un noto romanzo di Richard Ford del 1990, Incendi, in cui si racconta la storia, ambientata negli anni Cinquanta, di una famiglia americana del Montana, alle prese con una difficile situazione sociale ed economica, che ne minerà l’equilibrio. Non è mai un’impresa semplice, quella di trasporre una visione del mondo, veicolata dalla scrittura: eppure Dano, accompagnato alla sceneggiatura dalla fedele partner sul set e nella vita Zoe Kazan (nipote di Elia) è riuscito a trovare una formula convincente per il suo Wildlife. Recuperando una forma cinematografica classica come quella del melodramma, e costruendo un vero e proprio film d’attori, grazie a un cast in stato di grazia. Vale la pena segnalare l’interpretazione del protagonista Ed Oxenbould, che veste i panni non semplici del timido e (apparentemente) remissivo Joe, un quattordicenne che assiste alla crisi della propria famiglia dimostrando, nei momenti più decisivi, quella maturità che sembra mancare ai genitori. E la britannica Carey Mulligan, nel ruolo di una madre la cui natura cambia radicalmente in seguito al dolore per il distacco dal marito.

Colpisce positivamente anche il primo film italiano passato a Cannes, La strada dei Samouni, documentario realizzato da Stefano Savona e selezionato alla Quinzaine des Réalisateurs. Vi si affronta il tema della guerra attraverso gli occhi dell’infanzia, alternando il linguaggio del reportage a quello dell’animazione, firmata da Simone Massi. Savona è ritornato sui luoghi in cui aveva girato il suo precedente film Piombo fuso, presentato a Locarno nel 2009. E lo ha fatto per raccontare la storia delle persone che aveva incontrato all’indomani della campagna militare lanciata dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2009, durante la quale erano morti 29 membri della famiglia di agricoltori Samouni. L’obiettivo non è tanto quello della denuncia politica, bensì di assumere il punto di vista di coloro che subiscono ogni giorno le conseguenze del conflitto mediorientale: i Samouni, appunto, una famiglia lontana dagli estremismi, che desidera semplicemente vivere la propria quotidianità coltivando la terra. Ci sono voluti cinque anni di lavoro per questa ricostruzione basata sugli atti di una commissione di inchiesta Onu e di una israeliana. E il risultato è un’opera emozionante e composita, capace di volare sempre un po’ più in alto rispetto alla retorica che spesso connota i discorsi intorno alla questione palestinese. «Dobbiamo assumerci la responsabilità di raccontare nel modo più semplice possibile una situazione complicata. Con tutta la fatica che questa ricostruzione comporta», ha spiegato il regista.

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