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"Una buona azione in quei tragici giorni"

03.03.2018 - aggiornato: 03.03.2018 - 11:47

SPECIALE SABATO - Il ricordo del diplomatico svizzero Carlo Sommaruga, attivo a Roma durante la guerra, e di sua moglie Anna Maria, che aiutarono molte persone in difficoltà.

Pio XII prega tra la folla dopo il bombardamento di Roma (19 luglio 1943).

di Pietro Montorfani

 

Difficile immaginare quale possa essere stato, per la popolazione romana, il suo «inverno più lungo», quello racchiuso tra la caduta del fascismo nell’estate del 1943 e la liberazione per mano degli Alleati, nel giugno dell’anno successivo. A descrivere quei tragici avvenimenti hanno concorso decine di libri e film, da Roma città aperta di Rossellini (1945) agli studi recenti di Andrea Riccardi, sebbene anche per questo triste capitolo del Novecento il compito della ricerca storica non sembri ancora pienamente concluso.

Una piccola finestra luganese potrebbe aprirsi, ad esempio, grazie ai documenti depositati all’Archivio federale di Berna dalla famiglia Sommaruga, relativi all’attività romana di Carlo (padre del più noto Cornelio) e di sua moglie Anna Maria Valagussa, che riparatasi in Ticino con i figli si adoperò per numerose famiglie di rifugiati italiani in difficoltà, aiutandoli a passare il confine e garantendo per loro presso le autorità cantonali. È una storia commovente, quella dei coniugi Sommaruga, di cui rimane oggi un fitto carteggio, quasi una cronaca quotidiana di quei mesi cruciali, a testimonianza non solo di un’unione che ebbe qualcosa di eccezionale, ma anche di una lunga tradizione umanitaria profondamente radicata nel DNA delle loro famiglie.

Non bisogna dimenticare infatti che all’origine del sodalizio dei Sommaruga con lo spirito della Croce Rossa si situano le imprese, memorabili per generosità ed efficienza, di Marietta Crivelli Torricelli (1853-1928), nonna di Carlo e bisnonna di Cornelio, passata alla storia come la “Mamma dei poveri” di Lugano, tra le altre ragioni anche per la sua attività in favore dei soldati e dei rifugiati della Grande Guerra (le sue carte si conservano a Massagno, presso l’Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino). 

Forte di questa eredità, Carlo Sommaruga si trasferì a Roma negli anni Trenta, inizialmente per gestire il patrimonio immobiliare della zia Carolina Maraini, proprietaria dell’omonima villa sul Pincio, oggi sede dell’Istituto svizzero. Soltanto con l’approssimarsi della guerra iniziò a lavorare per la rappresentanza diplomatica elvetica, in seno alla quale ebbe l’incarico di proteggere gli interessi di molti paesi di entrambi gli schieramenti (gli Alleati prima, i tedeschi poi), sempre con il fermo desiderio di contribuire alla salvaguardia di un patrimonio ‒ culturale e spirituale, oltre che materiale - messo seriamente in pericolo dagli eventi bellici: «faccio tutto questo [...] per i miei bambini. Sento che è il mio dovere pensare al loro avvenire, [...] mantenere una posizione di lavoro [...] salvare il possibile di quello che moralmente e materialmente si è creato [...] faccio tutto quello che posso per tutti ed ho la netta impressione che la mia presenza qui aiuterà molti e salverà molto» (18 dicembre 1943). 

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