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Aggregazioni, il vino, le resistenze

12.04.2018 - aggiornato: 12.04.2018 - 14:39

Nel suo editoriale, GianMaria Pusterla parla delle novità presentate dal ministro Gobbi sui piano cantonale delle aggregazioni. Ma qual è, si chiede, il sentimento della gente?

© Ti-Press / Benedetto Galli

di GianMaria Pusterla

 

Sarebbe bello e probabilmente pure utile proporre oggi un sondaggio (fatto con tutti i crismi) per capire quale sia il sentimento della popolazione ticinese di fronte al tema delle aggregazioni. Scalda ancora gli animi come vent’anni fa? Viene visto come un processo assolutamente indispensabile per la crescita socio-economica dei cittadini ticinesi?

Il nostro Cantone si è molto modificato in questi ultimi due decenni. Sotto la spinta propulsiva di due personalità politiche forti come l’ex sindaco di Lugano Giorgio Giudici e l’ormai pure ex sindaco di Mendrisio Carlo Croci, la mappa istituzionale del Sottoceneri si è profondamente modificata. Senza dimenticare, per rimanere in questo contesto geografico, la prima storica fusione in Capriasca, oppure quelle nel Malcantone e nella Valle del Vedeggio. Cambiando versante del Monte Ceneri, oltre alle cosiddette “aggregazioni per necessità” sviluppatesi  nelle Valli, è abbastanza fresca quella imponente che ha coinvolto ben 13 Comuni del Bellinzonese. 

La regìa cantonale ha sempre accompagnato i progetti aggregativi. Ed è bene che sia stato e che sia tutt’oggi così, perché il fine ultimo è quello di avere Comuni forti, che sappiano rispondere ai bisogni dei propri cittadini nel modo migliore, affidando all’ente comunale la maggior parte possibile dei compiti, coscienti che questo primo livello istituzionale sarà sempre il più sensibile a trovare le risposte giuste.

Il Consiglio di Stato e il Parlamento hanno investito molto per sviluppare il cantiere delle aggregazioni. Il Governo oggi è pronto, dopo due consultazioni con i Comuni, a presentare il nuovo Piano cantonale delle Aggregazioni (PCA) che prefigura 27 scenari aggregativi, ossia la creazione in totale sul suolo ticinese di 27 Comuni (oggi sono 115; erano più di 240 vent’anni fa). 

Questo piano definitivo ha tenuto conto di diverse critiche emerse nella prima consultazione. In particolare non fissa più una data entro la quale realizzare le fusioni. In parole semplici, non mette più fretta ai Comuni. Di conseguenza viene a cadere anche quella sorta di “minaccia” finanziaria che pesava sui Comuni stessi: o vi aggregate entro 6 anni o decadono gli aiuti finanziari messi a disposizione dal Cantone. Vi sono altri ottimi accorgimenti accettati dal Consiglio di Stato dopo aver sentito l’opinione degli Esecutivi comunali.

Insomma: Gobbi ha capito di dover aggiungere un po’ di acqua nel suo vino. Anzi, meglio sarebbe dire che ha “tagliato” il suo vino con altri vitigni creando un prodotto ancora migliore. Sicuramente più bevibile dagli amministratori comunali in primis. In questo modo potrebbe garantire un più ampio consenso attorno al suo PCA, che approderà in Gran Consiglio in autunno. Ma sul tappeto rimane, a nostro modo di vedere, la domanda posta all’inizio: i ticinesi vogliono ancora altre e più profilate aggregazioni?

Anche noi non propendiamo per una consultazione a livello cantonale su tale oggetto, perché dovrà essere sempre e solo chi è direttamente coinvolto in un preciso progetto aggregativo a doversi esprimere e non a vedersi magari imporre un’aggregazione per volontà, seppur popolare, ma esterna alla realtà che vuole essere modificata. La percezione generale sul tema potrebbe però dare una mano a chi - penso in particolare ai politici locali - è chiamato ad affrontare il discorso aggregativo. Senza dimenticare che anche i cittadini che hanno vissuto una fusione potrebbero concorrere a farci capire se il passo è (stato) positivo oppure no. Un sondaggio ben fatto può essere una soluzione?

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