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Beep beep si è arreso al coyote

07.08.2017 - aggiornato: 07.08.2017 - 17:36

L'editoriale di Paolo Galli su Usain Bolt e i suoi ultimi 100 metri ai Mondiali di Londra prima del ritiro. Ci si aspettava una sua vittoria, ma di lui resta comunque la grandezza.

© Foto Twitter

di Paolo Galli

 

Quante cose possono succedere lungo cento metri di cammino. O di corsa. Cento metri, una decina di secondi. Un paio di respiri, neanche il tempo di finire una frase o di definire quanto stia accadendo, già, neanche il tempo di rifletterci su. Potremmo pensare che in fondo non siano che una partenza e un arrivo, con il nulla o poco più nel mezzo. Ma non è così. Ce ne siamo accorti sabato notte, ancora offuscati dalla canicola, stretti tra il ventilatore e la gara di Usain Bolt e gli altri.

Lui e gli altri, infatti: era così ormai da una decina di anni, da quel 2008 e dai Giochi di Pechino, da quei tre ori poi diventati due con il passare del tempo. Era diventata così l’atletica tutta: Usain Bolt e poi il resto; giusto o meno che fosse. In vista dei Mondiali di Londra, negli scorsi giorni, si era allora parlato soltanto di lui, della sua ultima gara, con tutti i dubbi del caso, persino poco sviscerati di fronte all’essenza della sua partecipazione. Il più grande di tutti i tempi d’altronde avrebbe vissuto la sua ultima scena. Cento metri sotto i riflettori, gli stessi riflettori – democratici, loro – che avrebbero illuminato i suoi sette rivali. Gli occhi però sarebbero stati tutti per lui, per i suoi cento metri e per i suoi dieci secondi scarsi.

E sono successe tante cose, in quel percorso, in quel lasso di tempo. Non tanto i nostri due respiri, non tanto l’abbozzato e pigro commento, del genere: «Ce la farai, ce la farai, non ce la fa, non ce la fa» (cit). Usain Bolt è al solito partito con quel suo primo passo lento di chi sarebbe troppo alto in fondo per un esercizio così (...). Di fianco a lui, un ragazzino invece, di dieci anni più giovane, è schizzato dai blocchi neanche fosse stato spedito con una fionda. Nella prima corsia un atleta cinese arrancava, nell’ultima invece un certo Justin Gatlin, l’antieroe per eccellenza – il Joker per Batman, o forse, ancora più calzante, Wile Coyote per Beep Beep –, se la stava giocando con il mondo intero.

Ma cosa diavolo... Cosa sta succedendo? Dieci secondi ma non ci abbiamo capito nulla. Storia – in cento metri – di corse e rincorse, recuperi e sorpassi. Quello più atteso, il sorpasso che tutti già avevano negli occhi – meno democratici rispetto ai riflettori – non si è materializzato. Qualche spettatore ci ha provato lo stesso e ha urlato: «Ce l’ha fatta anche stavolta». No. Per una volta Wile ha catturato Beep Beep. Come bambini di fronte alla spietata e del tutto inattesa cattura dell’altrimenti (fin troppo) astuto pennuto, i tifosi di Bolt sono scoppiati in un pianto colmo di rabbia. Nei cartoni animati non sarebbe potuto accadere, ma nella vita vera, be’, qui è tutta un’altra storia, anche se di mezzo c’è un personaggio che, sì, sembra proprio uscito dal mondo della finzione.

Il Fulmine si è tolto il mondo dalle spalle e l’atletica si è scoperta di colpo nuda, priva della sua foglia di fico. Gatlin – che avrebbe potuto risparmiarsi l’inchino al rivale – non meritava tutti quei fischi e non merita quelli che ancora gli pioveranno addosso da qui a Tokyo. Lui resta, così come restano i cento metri. Di cento metri in cento metri, la vita si sviluppa, i secondi passano e diventano minuti, lungo un’infinita catena. Resterà il ricordo di Usain e della sua grandezza, di questa sua ultima gara così folle e, comunque grazie a lui, unica.

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