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Canapa light, cui prodest?

06.09.2017 - aggiornato: 06.09.2017 - 15:40

L'editoriale di GianMaria Pusterla sulla decisione di Gobbi di portare in Governo il tema: "In tante circostanze il ministro ha avuto il coraggio di difendere l’autonomia cantonale".

© Foto dal web

di GianMaria Pusterla

 

Partiamo da due evidenze, anzi da tre. 1) Gli effetti sui giovanissimi legati all’assunzione di droghe leggere (marijuana e hashish) non sono più da dimostrare: sono certi, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze nefaste sulla psiche, per esempio cambiamenti e alterazione della personalità. 2) In Ticino vent’anni fa, quando comparvero le coltivazioni di canapa, si assistette a un’escalation di gravi effetti collaterali: dalla vendita incontrollata di droghe con altissimo tenore di thc, tanto da non più poter essere considerate “droghe leggere”, alla trasformazione in coltivazioni di canapa di una parte del nostro territorio agricolo (in particolare sul piano di Magadino), fino a giungere a un consumo diffuso su larga scala anche tra i giovanissimi, per non parlare del commercio dei famosi “sacchetti odorosi” che fecero del Ticino l’Amsterdam del Nord Italia. 3) Risulta incomprensibile come possa essere redditizio, a lungo andare, il commercio di una sostanza come la canapa light che non provoca alcun effetto di tipo allucinogeno.

Da qui le domande: cui prodest? Cosa si nasconde sotto? Cumulando queste tre evidenze si capisce benissimo come alcuni Municipi, applicando ordinanze comunali ad hoc, abbiano voluto mettere le mani avanti per evitare che il commercio di canapa light (dichiarato legale a livello federale perché le sigarette in vendita hanno un thc al di sotto dell’1%) possa ingenerare tutta una serie di controindicazioni. E non si tratta di agitare fantasmi, se appena si contestualizza quanto scritto poc’anzi.

La preoccupazione del ministro Gobbi di portare forse già oggi all’interno del Governo il tema del cambiamento di legge cantonale sulla canapa per un eventuale adeguamento alla legislazione federale può essere comprensibile solo nel caso volesse verificare con i suoi colleghi la volontà di mantenere una linea “dura” su questo fronte. Non vediamo come l’impostazione dipartimentale attuale, per esempio, rigidissima in materia di circolazione stradale (ma non solo) possa conciliarsi con un allargamento delle maglie nel campo degli stupefacenti o delle derive che potrebbero prodursi.

Se il problema è per l’appunto quello della compatibilità legislativa tra i due livelli (federale e cantonale) ben sappiamo come in tante circostanze lo stesso ministro leghista abbia avuto il coraggio di difendere l’autonomia cantonale, non piegandosi per esempio nemmeno sul casellario giudiziale, ritenuto a Berna dannoso per i rapporti internazionali con l’Italia.

Ora, si tratta eventualmente di escogitare le misure “tecniche” adeguate per supportare legalmente le decisioni sin qui prese dai Comuni, tenendo sempre ben presente – come ha ben presente Gobbi - che il Ticino ha caratteristiche ben diverse da gran parte degli altri Cantoni elvetici, le quali in passato proprio nel campo delle droghe leggere qui da noi già hanno fatto emergere problemi che altri hanno soltanto “sentito dire”.

 

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