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La "concordanza" svizzera, "l'inciucio" italiano

16.03.2018 - aggiornato: 28.03.2018 - 22:02

TACCUINO ITALIANO - Robi Ronza ci illustra le difficoltà che stanno caratterizzando a Roma il cammino verso il nuovo Governo, in relazione al nostro Paese. 

© Ti-Press

di Robi Ronza

 

Viste dal di qua della proverbiale “ramina”, le difficoltà (a prima vista insormontabili) che stanno caratterizzando a Roma il cammino verso la formazione del nuovo Governo possono sembrare astruse, se non irragionevoli. Si spiegano invece se si tiene conto di quanto, a causa di una storia diversissima, siano differenti in Svizzera e in Italia non solo la pratica ma prima ancora la filosofia politica. 

In Italia, come peraltro in molti altri Stati europei, vige il principio della “democrazia competitiva”; quindi l’idea che al partito o alla coalizione che ha raccolto la maggioranza del voto popolare competa la totalità del potere. In Svizzera invece, come è noto, la pietra angolare della vita pubblica del Paese è il principio della “democrazia consociativa” o della “concordanza”. In forza di esso il meccanismo decisionale del sistema politico si fonda principalmente non sul principio di maggioranza, bensì sulla ricerca di intese amichevoli e di soluzioni di compromesso.

Per spiegare l’origine e le ragioni di tale specificità elvetica ci si richiama di solito a circostanze pratiche e a un passato recente: i decenni '30-'40 del secolo scorso, ossia gli anni della legittimazione reciproca dei partiti borghesi e del partito socialista. In effetti queste vicende sono non tanto la causa  quanto un effetto tra i tanti di un modo di intendere la vita politica che ha motivazioni profonde e che va molto più indietro nel tempo. Qualcosa che risale alle radici medioevali, cristiane della Confederazione, mai nella sostanza scalfite da tutti i successivi ammodernamenti.

Se in Italia, come è accaduto con le votazioni dello scorso 4 marzo, nessun partito o coalizione ottiene la maggioranza assoluta, costituire un Governo diventa molto difficile se non in teoria impossibile. I partiti sono appena usciti da una campagna elettorale in cui ciascuno di essi ha chiesto agli elettori di dargli il voto perché potessero salvarsi dalla disgrazia di venire governati dagli altri. Ciò che in Svizzera viene positivamente descritto come concordanza in Italia è bollato come inciucio, parola tratta dal dialetto napoletano che nell’originale vuol dire “pettegolezzo, sobillamento” ma che nell’attuale gergo politico italiano significa “intrigo, intesa raggiunta sottobanco”. In tale prospettiva diventa molto difficile spiegare al popolo la propria disponibilità ad entrare in un Governo fianco a fianco con chi fino  a qualche giorno prima si era descritto come un tizzone d’inferno o come un avanzo di galera. 

Le nuove Camere, che si riuniranno per la prima  volta a Roma il 23 marzo prossimo, si articolano  in tre gruppi parlamentari principali, nessuno dei quali vuol saperne degli altri: la coalizione di centrodestra (Salvini, Berlusconi e alleati) che ha la maggioranza relativa e perciò da sola non può governare; il Movimento 5 Stelle (Di Maio), che è il singolo partito più votato; il centrosinistra (Pd già di Renzi e altre formazioni minori), sconfitto ma componente necessaria di qualsiasi possibile maggioranza di governo. In un contesto nel quale, come dicevamo, la concordanza non è un sano principio bensì un “inciucio”, per non essere accusato di tradimento ogni leader bada bene a non tendere (almeno in pubblico) la mano a nessuno. Salvo sviluppi imprevedibili. in una situazione del genere o si convocano nuove votazioni o resta solo una possibilità:  un “governo del Presidente” ossia un’intesa recondita e inconfessata tra le forze in campo che sfocia nella formazione di un Governo che si finge sia stato dettato dal Presidente della Repubblica. Così, con nobili parole come “responsabilità”, “senso dello Stato”, “solidarietà nazionale” ecc., si giustificano dei compromessi cui si era detto che mai si sarebbe scesi. 

Come si spiega una così forte differenza di filosofia politica tra l’ Italia (e così pure molti altri Paesi d’Europa e del mondo) e la Svizzera? Con l’idea, da cui nasce la Confederazione nel 1291, di un’unione, voluta in primo luogo in nome non della potenza ma della pace, che quindi giustifica sempre la ricerca di un compromesso accettabile. 

Ribadita definitivamente nel secolo XV grazie in primo luogo a san Nicolao della Flüe, quest’idea è sopravvissuta a tutti gli ammodernamenti cui, sotto l’ègida di culture politiche di matrice illuministica, le istituzioni elvetiche sono andate incontro nei secoli XIX e XX. Anche sotto la spinta della necessità di garantire l’equilibrio e quindi la pace tra le varie aree linguistiche e religiose, le istituzioni elvetiche hanno ricevuto il buono di tali culture illuministiche senza però assorbire un loro tipico veleno, ovvero l’idea del primato assoluto del potere politico in quanto motore fondamentale del progresso. L’idea da cui deriva la pretesa della dittatura legittima di una maggioranza che si autoproclama (o comunque tendenzialmente si ritiene) titolare esclusiva del bene comune.

Nella visione elvetica invece il motore fondamentale del progresso e del bene comune è la società civile. Compito primario del potere politico diviene allora non tanto il progresso quanto piuttosto, oltre alla sicurezza, la continua composizione dei legittimi interessi civili, economici e sociali. Ne  consegue una visione del ruolo della politica che è capovolta rispetto a quella che caratterizza tutti quei Paesi, come l’Italia, le cui pubbliche istituzioni sono in vario modo eredi in primo luogo dei Lumi e della Rivoluzione francese. È importante rendersene conto.

 

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