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Le ambizioni neoimperiali di Erdogan

15.02.2018 - aggiornato: 21.03.2018 - 13:23

La Turchia è in Stato di emergenza dal fallito golpe del luglio 2016 e la condizione dei diritti fondamentali desta preoccupazione. Ce ne parla Marta Ottaviani nel suo editoriale.

© Kayhan Ozer/Pool Photo via AP

di Marta Ottaviani

 

Dallo scorso aprile, ossia da quando ha vinto, in mezzo ad accuse di brogli e polemiche, il referendum costituzionale che gli ha garantito un potere pressoché illimitato, il presidente della Repubblica turca, Recep Tayyip Erdogan, si sta concentrando in particolare su due obiettivi: all’interno del Paese sta continuando la persecuzione di tutti i potenziali oppositori e lavorando alla trasformazione della società in senso sempre più conservatore e islamo-nazionalista. Fuori dai confini nazionali, ha intrapreso una politica ancora più aggressiva e destinata a dare parecchi problemi a Europa e Stati Uniti.

Per quanto riguarda le faccende nazionali, il Paese si trova in Stato di emergenza dal fallito golpe del luglio 2016, quindi da oltre un anno e mezzo. Una condizione che penalizza soprattutto l’organizzazione di manifestazioni di protesta e il compattarsi di voci diverse dell’opposizione che, salvo sporadici episodi, non riescono a imporsi all’attenzione dell’elettorato. A questa situazione, è importante sottolinearlo, concorre (e in modo considerevole) il quasi totale allineamento dei media. In questo momento, in Turchia si possono trovare appena quattro quotidiani realmente indipendenti, che tirano in tutto meno di 100mila copie. Non va meglio fra le emittenti televisive, dove la tendenza filo governativa è pressoché generale, con l’esclusione di un network nazionale e di una TV indipendente. Il timore di tutti, è quello di finire vittime delle purghe del presidente che non si sono mai concluse. Le persone in carcere sono circa 51mila, accusate di fare parte di network terroristici. Due, in particolare: quello legato a Fethullah Gülen, ex imam in autoesilio negli USA, un tempo potentissimo alleato di Erdogan e oggi nemico numero del Paese, accusato di essere anche il mandante morale dell’ultimo golpe, e quello di matrice curda. Questa settimana è ripreso il processo contro il leader dell’HDP, il partito curdo in Parlamento, Selahattin Demirtas, che rischia di passare il resto della sua vita in carcere, nonostante la mancanza di evidenze a suo carico, e che era l’unico in grado, almeno quanto a carisma, di contrastare Erdogan.

Se la condizione dei diritti fondamentali e della libertà di stampa desta più di una preoccupazione, la radicalizzazione progressiva della società è anche peggio. La riforma scolastica ha introdotto programmi revisionati, dove l’insegnamento dell’Islam ha un ruolo centrale e pietre miliari della conoscenza scientifica, come la teoria evoluzionista di Charles Darwin, sono state espunte dai libri.

In politica estera l’asse con la Russia di Vladimir Putin e l’Iran si è ulteriormente consolidato, in chiave marcatamente anti occidentale e, almeno per quanto riguarda Ankara e Teheran, anche in chiave anti saudita. Per questo, la Turchia di Erdogan ha piazzato alcune importanti pedine, vere e proprie presenze militari o travestite da scali commerciali, che gli permettono di controllare il mare arabico, il Golfo Persico e il Mar Rosso. Con Mosca, sono attivi progetti energetici per miliardi di dollari, che potrebbero portare la Mezzaluna ad “alzare il prezzo” nei confronti del Club di Bruxelles.

L’operazione “ramoscello d'Ulivo” del nord della Siria e il blocco della piattaforma Eni al largo di Cipro hanno sicuramente una funzione anti curda nel primo caso e di tutela degli interessi nazionali (ossia mettere le mani sui giacimenti di gas nell’Egeo) dall'altra. Ma vanno anche, necessariamente, collocate in un’ottica di ambizioni neo imperiali. Se si tralascia questa dimensione squisitamente storica, non si capirà mai a cosa possa arrivare il presidente di Ankara. Erdogan ha detto più volte di voler cambiare il trattato di Losanna, che scadrà nel 2023, e considera la Turchia il legittimo erede dell’Impero Ottomano. Il Mediterraneo rischia di tornare in una situazione pre Prima Guerra mondiale. L’Europa non sembra aver ancora capito cosa rischi e che Erdogan è pronto a mettere in discussione le certezze su cui si fonda il Vecchio Continente.

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