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Si cura meglio dando del tempo

04.03.2018 - aggiornato: 21.03.2018 - 13:21

In occasione della Giornata del malato, don Charles Azanshi sottolinea l'importanza di parlare con i pazienti e ascoltare chi soffre. Ciò spesso è la terapia migliore.

di don Charles Azanshi*

 

La Giornata del malato ci offre l’occasione di essere particolarmente vicini a voi, care persone ammalate, e a coloro che vi accudiscono. Questa giornata costituisce un’occasione di attenzione speciale alla condizione degli ammalati e, più in generale, dei sofferenti; e al tempo stesso invita chi si prodiga in loro favore, a partire dai familiari, dagli operatori sanitari e dai volontari, a rendere grazie per la vocazione ricevuta dal Signore.

Scrive papa Francesco in occasione di una recente Giornata del Malato che «nella Chiesa, questa ricorrenza rinnova il vigore spirituale per svolgere sempre al meglio quella parte fondamentale della sua missione che comprende il servizio agli ultimi, agli infermi, ai sofferenti, agli esclusi e agli emarginati». Il tema dedicato quest’anno alla Giornata del malato in Svizzera è “Tempo per te – tempo per me – tempo per noi”. Il tempo è una questione di “Tempo”. Quante volte il fattore “tempo” si va a scontrare con altre realtà che cercano di prendere il suo posto? Ci sono gli impegni, le cose da fare, l’organizzazione, il rispetto del tempo stesso con gli orari prestabiliti, ecc. Ma quanto tempo ci vuole per "curare"?

Siamo esseri umani e anche se si lavora in contesti di “cura” organizzati con dei tempi da rispettare, veniamo nostro malgrado influenzati dal tempo. Che idee ci facciamo dei medici, degli infermieri e di tutti i professionisti della salute che spesso vediamo costretti dai ritmi lavorativi a correre? Un’infermiera un giorno mi ha detto: «Appena arrivo al lavoro c’è il tempo delle consegne, uno spazio “sacro” di condivisione; c’è il tempo della terapia da somministrare e il tempo delle lesioni da curare. Il tempo dedicato alla visita dei malati e alle cure da dispensare. Tempo di fare e disfare, tempo da riempire e alle volte da dedicare. E poi arriva il tempo di lasciare e dimenticare. Perché è arrivato il tempo di “timbrare” e tornare a dare senso ad altro tempo da usare. Nell’insieme delle molte cose da fare automaticamente, ascoltiamo e prestiamo attenzione alle richieste più profonde dei nostri malati. Ma non sempre è un tempo dedicato, ma bensì un “ritaglio” di tempo che dobbiamo prenderci, quasi di nascosto. Perché non c’è mai abbastanza tempo e stare fermi lì ad ascoltare può sembrare “tempo sprecato”. Un regalo che facciamo ai malati e spesso a noi stessi».

Vorrei sottolineare che anche l’ascolto e il Tempo ad esso dedicato dovrebbero rientrare tra le normali attività di cura. Uno studio della Società Italiana di Medicina Interna (Simi) afferma che parlare con i pazienti riduce i ricoveri e migliora le cure del 40%. Ascoltare le ragioni e le emozioni del paziente è dunque qualcosa di fondamentale: ognuno di noi ha bisogno di sentirsi accolto nella sua esperienza di malattia, perché sapere che il medico “ci capisce” innesca meccanismi che favoriscono l’aderenza alla terapia e perfino il miglioramento di parametri biologici. È -quindi- una questione di “Tempo”.

La “Carta di Firenze”, documento che propone una serie di regole che devono stare alla base di un nuovo rapporto tra medico e paziente, non paternalistico, ricorda che “il tempo della comunicazione deve considerarsi tempo di cura”. Bisogna tornare alla Medicina della persona: per curare qualcuno dobbiamo sapere chi è, che cosa pensa, in chi o cosa crede, che progetti ha, per che cosa gioisce e per che cosa soffre… Dobbiamo far parlare il paziente della sua vita, non solo conoscere i suoi disturbi.

La questione del tempo assume pertanto una rilevanza strategica nelle relazioni e nelle terapie come nella complicanza e nella buona aderenza tra curante e curato. Da un punto di vista teorico gli esperti in salute con cui lavoro sanno già queste cose e nei vari corsi e congressi spesso si cerca di mettere in evidenza quelli che sono gli aspetti critici. Ma poi, tornati nelle realtà lavorative, ricomincia il quotidiano correre, il continuo rispondere automaticamente, in diversi casi il sostanziale “non avere mai tempo per…”.  

Ogni ospedale o Casa di cura se sa integrare nel concreto un sano rapporto con il tempo può veramente essere segno visibile e luogo di vicinanza per tutti i fratelli e sorelle che vivono l’esperienza della sofferenza e per le loro famiglie. Nella Giornata del 4 marzo incoraggiamo e rinnoviamo la nostra vicinanza nella preghiera a tutti: malati, sofferenti, medici, infermieri, familiari, volontari, tutti impegnati al servizio dei malati e dei disagiati. Lo facciamo contemplando Maria, Salute dei malati, garante della tenerezza di Dio per ogni essere umano e modello dell’abbandono alla Sua volontà. Cerchiamo sempre nella fede, nutrita dalla Parola e dai Sacramenti, la forza e il tempo di amare Dio e i fratelli anche nell’esperienza della malattia.

*cappellano dell’Ospedale Civico di Lugano

 

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