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La pellaccia per vincere i Giochi

08.02.2018 - aggiornato: 08.02.2018 - 17:29

Nel suo editoriale alla vigilia delle Olimpiadi di PyeongChang, Paolo Galli parla di quella "pellaccia" che serve, sì, per il gran freddo, ma anche per far fronte agli urti dei risultati.

© AP Photo/Charlie Riedel

di Paolo Galli

 

Dovremo andarli a cercare, questi Giochi. Dovremo svegliarci in piena notte, oppure tardare a coricarci. Saranno poco scontati, per questo più preziosi. I Giochi di PyeongChang vivranno i loro ritmi, mentre noi, da qui, proveremo a rincorrerli, proprio come si rincorre un fuso orario tanto distante dal nostro.

Temiamo comunque che ne varrà la pena, che varrà la pena di fare qualche piccolo sforzo, in modo tale da tenere il conto delle medaglie dal vivo, senza ricorrere a internet con ore di ritardo. Terremo il conto delle medaglie svizzere, con l’asticella fissata a quota undici. Ma nel numero non troveremo un racconto. Per quello serviranno più immagini e più parole. Perché ci sono vittorie e vittorie, sconfitte e sconfitte. Una medaglia ha un peso che non possiamo capire, non senza ascoltare la sua storia.

Facile, in questo senso, pensare a quella di bronzo vinta (...) da Lara Gut a Sochi. Quanto valeva davvero quel bronzo? Qualcuno ironizzò, dopo il suo quarto posto in super G: ecco quanto vale un bronzo. Ma la realtà di quel simbolo vive solo nel cuore e nella testa di Lara stessa. Non sta nel malinconico sorriso abbozzato su quel podio, non sta nella facile ironia dei social, forse non sta neppure nelle parole, le nostre, le sue. Il senso di una medaglia sta più giù, in profondità. È lì che si trova il groviglio, difficilmente risolvibile, di sensazioni e ricordi. Lì finiscono tutti gli sforzi fatti, le lacrime, le discese e le risalite, la gioia, il dolore, l’infanzia e poi la crescita, ieri, oggi e domani, i progetti, quello che sarà.

Nei Giochi invernali tutto ciò acquisisce una dimensione ancor più epica, perché le condizioni spesso sono estreme. Nasi che colano, sopracciglia stalattitiche. Fa freddo, attorno a quelle tutine aerodinamiche. Il tifo scalda, sì, ma quello è un affare retorico, mica la realtà. In Corea si parla di un freddo addirittura speciale. Per vincerlo occorre quella che chiamiamo pellaccia, e quella serve anche di fronte ai fatti sportivi, anzi è essenziale. Serve per resistere agli urti dei risultati, sia alle sconfitte - be’, ovvio -, che alle vittorie. Serve per non aver paura. La paura di saltare da un trampolino per pazzi o quella di sparare con l’obbligo di centrare il bersaglio. La paura che ti prende la pancia prima di un’evoluzione in un tubo di ghiaccio o di fronte ai microfoni, pronti a cogliere una tua eventuale debolezza o a sottolineare la più intima delle felicità. La paura di essere se stessi e mostrare le proprie emozioni.

Queste paure si vincono solo attraverso la pellaccia, già. Attraverso quella si arriva ad arrampicarsi sui podi, fino a lassù, in cima. Perché si scende da una montagna per poi risalirne un’altra. Un paradosso sugli sci, una parabola. Vita, riflessa nello sport, in un gioco, in tanti Giochi, al di là dei massimi sistemi, delle cose politiche, degli affari di doping e di Stato, o di doping di Stato. Di altre paure, forse più forti di quella che immaginiamo si concentri nello stomaco di Simon Ammann, il nostro eroe - lo ammettiamo -, prima di tuffarsi da lassù. Quel tuffo, quel volo, beato lui, è anche una liberazione, la vittoria del gesto fine a se stesso sulla politica (sportiva e non) che gli sta attorno.

 

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