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La sfida alla grande montagna

02.05.2018 - aggiornato: 02.05.2018 - 18:05

L'editoriale di Teresio Valsesia dopo la tragedia sulle Alpi vallesane: "Montagne da affrontare sempre con umiltà e con rispetto, non soltanto sugli ottomila dell’Himalaya".

© Foto Polizia cantonale vallesana

di Teresio Valsesia

 

Le tragedie della montagna suscitano sempre un cordoglio e un’emozione che toccano non solo coloro che la praticano, ma anche il pubblico generico e asettico. L’emotività è ancora maggiore quando le vittime sono delle guide alpine, figure carismatiche e di riferimento per tutti. Lo confermano due personalità dell’alpinismo recente: Delio Ossola e Gianni Goltz. Il primo era una grande guida anche sotto il profilo umano. Il secondo, un alpinista esemplare, apprezzato a livello internazionale. Il loro ricordo e il loro rimpianto rimangono saldamente ancorati alla memoria collettiva dei ticinesi.

Gli stessi sentimenti sono ritornati purtroppo di attualità anche se lo sci alpinismo non è pericoloso e spettacolare come altri sport estremi legati alla montagna. In realtà lo sci alpinismo è nato alla fine dell’Ottocento e l’autorevole e indiscusso promotore, all’inizio del Novecento, è stato lo svizzero Marcel Kurz con il suo libro “Alpinismo invernale” che rimane la bibbia in materia, anche se nel frattempo questa pratica sportiva ha fatto passi da gigante, come tutte le attività umane. Marcel Kurz ha disvelato anche le montagne dell’Alto Ticino promuovendone la conoscenza nei mesi della neve, fino allora ritenute ancora come sentenziavano i romani: “Infames frigoribus Alpes”.

Negli ultimi decenni il livello tecnico dello sci alpinismo è cresciuto esponenzialmente, con un affinamento tecnico parallelo alla preparazione fisica, all’esperienza acquisita e al corredo dell’allenamento personale. Le “Grandes Routes” invernali si sono moltiplicate e la traversata da Chamonix a Zermatt è diventata una classica. Affascinante epopea di quello che lo stesso Kurz definì «la seconda conquista delle Alpi» (però invitando sempre a non dimenticare la massima prudenza).

C’è stato anche chi, come Bonatti & C., ha compiuto la “circumnavigazione” completa delle Alpi, già mezzo secolo fa, quando gli sci erano di legno, la tecnica approssimativa e le previsioni meteo quasi inesistenti. Oggi lo scenario è radicalmente mutato e lo sci d’alta quota è un’attività molto diffusa, comprese le discese delle pareti “impossibili”, sull’esempio di un altro precursore svizzero, Sylvain Saudan, 40 anni fa. 

Il livello dei praticanti è cresciuto, ma proprio la sicurezza e la perfetta conoscenza della materia (tecnica e territorio) possono portare a un’audacia eccessiva. Lo confermano i (troppi) morti per le valanghe. In definitiva bisogna anche saper rinunciare. Le montagne restano sempre fisse, a nostra disposizione per dispensarci a piene mani il loro fascino e la loro bellezza. Montagne da affrontare sempre con umiltà e con rispetto, non soltanto sugli ottomila dell’Himalaya, ma anche sui tremila delle piccole Alpi. In realtà è sempre di attualità un vecchio assioma: piccoli uomini, ma grandi montagne. Non dimentichiamolo.

 

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