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La SSR non ha bisogno di segnali

26.02.2018 - aggiornato: 26.02.2018 - 17:35

Nel suo editoriale, Alessandra Zumthor sottolinea che anche se passa il no a "No Billag" la radiotv pubblica sta di certo già pensando a risparmi e cambiamenti di rotta.

© Ti-Press / Alessandro Crinari

di Alessandra Zumthor

 

Fra una settimana sapremo se la RSI potrà continuare a esistere, più o meno nella forma in cui oggi la conosciamo, oppure no. È questo che ci dice, neanche troppo fra le righe, la consigliera federale Doris Leuthard nell’intervista sul GdP di oggi, realizzata dopo l’ultimo sondaggio che dava il “sì” a “No Billag” in ripresa in Ticino, in controtendenza rispetto a tutto il resto della Svizzera.

Le espressioni che usa sono forti: il Cantone sta giocando col fuoco, le conseguenze di un “sì” all’iniziativa sarebbero fatali, il resto del Paese non comprenderebbe un simile “segnale”. Ed è forse questo l’ultimo aspetto cui prestare attenzione, al termine di una campagna di voto tra le più accese degli ultimi decenni, in cui le ragioni del “no” sono state approfondite, dette e ridette mille volte (anche -va ammesso- oltre una certa soglia di sopportazione dei votanti): attenzione alla tentazione pericolosa del segnale.

Perché in una campagna di questo tipo, specie quando si fa notare che un “sì” comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro, molti magari non si schierano pubblicamente a favore dell’iniziativa (non sta bene) ma sotto sotto meditano che in fondo (che sarà mai!...) un segnale di qualche tipo alla SSR bisogna pur darlo. Ecco, è qui il pericolo nascosto in questa ultima, decisiva settimana prima del voto, almeno secondo noi che rientriamo nel campo degli avversari della “No Billag”. Specie alla luce (per quanto possano valere) degli ultimi sondaggi cui si accennava sopra, prudenza! verrebbe da dire: tutti questi “segnali” messi assieme rischiano di raggiungere una massa critica sufficiente e trasformarsi in un colossale autogoal per il Ticino, qualora gli svizzero tedeschi dovessero trarre le conseguenze da un “sì” solitario del Cantone rivoluzionando la chiave di riparto delle risorse SSR a nostro (pesante) sfavore.

La radiotelevisione pubblica, si può star sicuri, il “segnale” l’ha già capito da un pezzo, in tutti questi mesi di ampio (e talvolta aspro) dibattito: e se solo si pensa che, anche se l’iniziativa verrà respinta, dai 450 franchi annuali di canone il prossimo anno si passerà comunque a 365, non è difficile immaginare i risparmi, le sfide e i cambiamenti di rotta che attendono la SSR in tempi brevi. Non c’è dunque nessun bisogno -come più volte già sentito- di gettare il bambino con l’acqua sporca, o -ancora- di curare il malato d’influenza uccidendolo.

Semmai, terminata la campagna “No Billag” e sperando in un “no” generalizzato in tutta la Svizzera, dal 5 marzo in poi sarà il momento di affiancare la SSR (e la RSI) con un’attenta verifica del percorso intrapreso, senza sconti ma anche senza inutili rancori. Con l’obiettivo di ritrovarci nel 2020 con una radiotv di Stato più agile, efficiente, senza sprechi o inutili caste di privilegiati. Ma, appunto, senza buttare a mare tutto.

 

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