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Nel suo nome il suo programma

12.03.2018 - aggiornato: 12.03.2018 - 18:00

A 5 anni dall’elezione di papa Francesco al Soglio di Pietro, Cristina Vonzun cerca di fare il punto sul suo Pontificato, sottolineando che la sua è "una Chiesa dei fragili".

Papa Francesco.

© Keystone / Ti-Press / Gabriele Putzu

di Cristina Vonzun

 

A cinque anni dall’elezione di papa Bergoglio al Soglio di Pietro non è impresa da poco cercare di fare il punto su un Pontificato ricco di dossier, tra i quali uno dei più significativi è quello della riforma della Curia, ancora in fase di studio. Ventidue viaggi internazionali, due Encicliche, due Sinodi e un terzo in arrivo, due Esortazioni apostoliche, addirittura un Anno Santo dedicato alla Misericordia, sono solo alcuni “ponteggi” dell’immane cantiere che Bergoglio ha aperto nella Chiesa.

Al cuore di tutto questo c'è lo stile di Francesco che i contributi pubblicati nella doppia pagina del Giornale del Popolo di oggi (a pag. 6 e 7) cercano di cogliere a partire da alcune angolature diverse, tutte molto importanti nel Pontificato: la “Chiesa in uscita” che Francesco vive, la Misericordia evangelica verso gli uomini e le donne ferite di questo tempo, la popolarità del Papa tra la gente, la novità di un’Enciclica che parla di difesa del creato e lo sforzo che il Pontefice, nel solco dei suoi predecessori ma anche con gesti che gli sono propri, compie andando incontro ai fratelli e alle sorelle di altre Chiese cristiane.

Si potrebbe e si dovrebbe parlare di molto altro, anche di temi difficili, come le relazioni con la Cina e la croce degli ultimi Pontefici data dalla complessa gestione ecclesiale dei casi di pedofilia, nonostante tutto quello che Benedetto e Francesco hanno messo in atto. Ma quell'altro, quel tanto “altro” è costituito da «processi», come dice il Papa, i cui risultati implicano necessariamente del tempo. Processi avviati e irreversibili. Se è chiara, però, una cifra che il Pontificato in immagini, parole e fatti mostra, questa è la Misericordia missionaria del Papa; se c’è una pagina di Vangelo che la traduce è l’icona biblica del Buon Samaritano affiancata dall’altra icona della Parabola del Figlio Prodigo; se c'è un fatto che potrebbe osare riassumere cinque anni così complessi è l’apertura della Porta Santa a Bangui in Centrafrica, in una serata di coprifuoco.

Una porta spalancata laggiù tra i poveri prima di quella aperta nella Basilica di San Pietro. Proteso verso i fragili, abbracciato al Vangelo della Misericordia per tutti, con lo sguardo rivolto alle periferie, Francesco chiede una Chiesa in uscita, che non si scandalizzi delle piaghe di nessuno, fisiche o spirituali che siano, una Chiesa che accoglie, accompagna chi lotta; una Chiesa che cammina con ogni uomo con cui possa condividere un valore umano e cristiano. Una Chiesa dei fragili, barca su cui salire nei momenti di tempesta, una Chiesa a servizio dell’uomo, dove i Sacramenti sono un aiuto offerto e non un premio conquistato.

Quello di Francesco è allora, certamente uno sguardo radicale ed evangelico, ma -ci possiamo chiedere- non fu radicale ed evangelico anche quel povero santo frate di Assisi a cui il Pontefice argentino ha scelto di ispirarsi, prendendone il nome? Lo fu infatti. Francesco allora è molto di più di un nome perché è la cifra di un programma che a cinque anni di distanza dal 13 marzo 2013 si manifesta con sempre maggiore evidenza.

 

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