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Non ci si abitua mai alla felicità

29.01.2018 - aggiornato: 29.01.2018 - 17:27

L'editoriale di Paolo Galli sull'ennesima vittoria di Roger Federer e le sue lacrime di gioia: "Non ci si abitua alla felicità, neppure se si nasce con un talento devastante".

© Fiona Hamilton/Tennis Australia via AP

di Paolo Galli

 

Dicono che un singolo “attacco” di felicità non possa durare più di pochi istanti. Intendiamo quella felicità che ti fa dire “accidenti, sono felice”. Poi la vita ti fa passare ad altro, evitando che il compiacimento si faccia eterno. La vita va avanti e ti propone nuove sfide, nuovi momenti di difficoltà, nuovi sentimenti. E altri pensieri. Già, l’umore segue a ruota, spesso in ritardo rispetto alla vita stessa. La felicità non dipende esclusivamente dai successi, ma è raro che un successo non implichi una buona dose di felicità. I successi di tutti i giorni, i piccoli traguardi, gli scollinamenti. E non ci si abitua mai alla felicità. Ecco perché qua e là ci scappa una lacrima di gioia, di fronte a un minuscolo tenero fatto quotidiano. Ecco perché sorridiamo. Ecco perché vogliamo essere felici sempre, costi quel che costi. Non ci si abitua mai, alla felicità, già, neppure se si nasce con un talento devastante, tracimante, e quindi se le vittorie sono in fondo, in qualche modo, più facili da raggiungere.

Anzi, un talento simile implica una forzatura, un obbligo: un’attesa. “Il favorito”. Roger Federer favorito lo è stato per anni, dal momento stesso in cui ha preso in mano una racchetta da tennis. Dal momento stesso in cui lo abbiamo iniziato a chiamare Roger Federer. Noi e il mondo tutto. Roger Federer curiosamente è ancora oggi il favorito, ha ripreso a esserlo, oggi che ha trentasei anni e i capelli iniziano a farsi più radi, con avversari che hanno la metà dei suoi anni. Si sorprende di essere definito favorito, ma lo è. Il fatto è che non ha ancora rinunciato a cercare, più che le vittorie, la felicità che ne deriva. Ha vissuto per anni di quella, tutto il suo mondo ruota attorno alla completezza di un titolo del Grande Slam, alla sua felicità, già. 

Moglie, figli e genitori, amici, allenatori: un mondo a parte. Quando ringrazia il suo “team”, Federer ringrazia il suo mondo, non un micromondo, un mondo vero e proprio, il suo. Roger Federer non si è ancora abituato alla felicità, non si è ancora abituato a quella sensazione, a quel momento in cui tutto è perfetto. In cui al sorriso – nervoso, spontaneo – si unisce il pianto. È un po’ come quegli attimi in cui piove e c’è il sole. Capita spesso, soprattutto al mare. Sono attimi stranianti, surreali, ma perfetti.

Ecco, Federer non ha ancora rinunciato alla ricerca della perfezione attraverso il tennis. Il suo tennis, esso stesso più volte paragonato alla perfezione. Ma quella perfezione del gesto è per noi. Per lui non è che uno strumento per raggiungere la felicità, la sua felicità, la perfezione più intima. Al contempo, a noi consente di raggiungere una sorta di estasi, l’estasi dettata appunto dal gesto, puro e di suo commovente, e quindi una nostra felicità. Quando Federer vince un titolo del Grande Slam, anche nelle nostre case piove e c’è il sole. Ieri abbiamo provato questa sensazione straniante di essere di fronte a una magia, senza poterla spiegare. Un frutto divino, non dovuto. Un regalo.

Che Federer sia svizzero per noi è una doppia fortuna, ma in questo caso è una faccenda secondaria. Basta dare un’occhiata attorno a noi, entrare in un social, aprire un giornale qualsiasi oltre qualsiasi confine o oceano, basta tornare a quel minuto infinito in cui la Rod Laver Arena si è unita attorno a lui, a Roger, e se lo è coccolato, così come si coccola una sensazione bella. Ognuno di noi, laggiù, quaggiù, ha alzato gli occhi al cielo e si è lasciato travolgere dall’emozione della perfezione, dalla felicità. Lasciate stare la nebbia. Ve lo assicuriamo: in quel minuto, in quel minuto bellissimo, c’era un sole alto, presente, e pioveva. La felicità magari non durerà che pochi attimi, ma poi ritorna. E in fondo basta anche solo pensarci. Già, sole e pioggia, Roger. E felicità.

 

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