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Più che perfetto: immortale

17.07.2017 - aggiornato: 17.07.2017 - 18:12

King Roger per l'ottava volta in carriera è tornato a vincere a Wimbledon. Federer che ha già vinto due Slam in questo straordinario 2017. L'editoriale di Flavio Maddalena.

© (KEYSTONE/Peter Klaunzer

di Flavio Maddalena

 

Vien difficile trovare gli aggettivi, di fronte a meraviglie del genere. Che la Crusca sdogani “rogeroso” o qualcosa di simile (altro che “petaloso”...). E nel frattempo parlino allora i numeri. O meglio, “il” numero di ieri: l’otto. Come i successi di Federer a Wimbledon. Otto: i cinesi lo legano all’immortalità. Altri al potere e al prestigio. E se ribaltato di fianco, diventa il simbolo dell’infinito. Infinita bellezza è per noi il tennis di Roger. Racchetta (magica) alla mano lui è mago e re allo stesso tempo. È il più potente – e anziano, a Wimbledon – di sempre. Sì, King Roger pare immortale. Una sensazione tanto più difficile da scacciare quando si ripensa a come ieri – in tutta scioltezza – a tre settimane dalle trentasei primavere il basilese, spietato, abbia annichilito Marin Cilic. Lo ha fatto inchinare, piangere ed arrendersi. Il tutto così in fretta (non come lo scorso gennaio nell’epica finale di Melbourne contro Nadal...) da rendere quasi l’impressione che fosse facile. Quando invece “facile” è un aggettivo che naturalmente non trova posto a questi livelli. Neppure quando ti chiami Federer e non concedi il benché minimo set in tutto il torneo (sic!). Legare King Roger alla perfezione però – tradizionalmente rappresentata dal numero sette – sarebbe persino scontato, questa volta. Lui è andato oltre. Oltre a ciò che si può costruire, in campo, in due settimane di torneo. Il nostro moderno eroe nazionale dello sport ha infatti calcolato tutto in anticipo – tra scelte anche coraggiose – per riuscire a centrare quello che era il suo obiettivo stagionale dichiarato: tornare a vincere a Wimbledon. Per l’ottava volta: ora ha superato anche Pete Sampras e William Renshaw, fermi a sette.

Negli scorsi mesi ha centellinato gli sforzi, a costo di rinunciare a tutta la stagione sulla terra rossa (Roland Garros compreso). Li ha concentrati in modo oculato e proporzionato a ciò che il suo fisico oggi gli può concedere. E la strategia ha pagato, eccome se ha pagato! Fare meno per fare di più, si potrebbe dire: una formula vincente. Tanto che in questo straordinario 2017 ha già vinto due Slam. Non accadeva dal 2009, da otto (otto: ma toh) anni. Tutt’altra era, era quella, ma con uno stesso protagonista. E adesso? Trovato il 19° sigillo, è impossibile non rivolgere un pensiero al prossimo. Al ventesimo Slam, dunque, alla seconda cifra tonda. Anche perché la tanto attesa ottava sinfonia di Wimbledon non è certo arrivata a sorpresa (e le eccezioni non sono fatte così). In modo più o meno unanime Roger era il favorito. E in tutta sincerità adesso come adesso il futuro immediato – tornato roseo, ma non color... tramonto – suggerisce addirittura una continuazione del fil rouge, anziché dei ribaltoni di sorta. Semmai, il grande ribaltone ai vertici dell’ATP – con gli altri “Fab Four” confusi, acciaccati o infelici – lo sta preparando proprio Federer. Un maestro nel cogliere l’attimo. Anche ieri è stato così: contro un Cilic contratto, nervoso e ad un certo punto dolorante (ad un piede), Roger ne ha approfittato per salire in cattedra. Non c’è stata tenerezza. Quella semmai la riserva alla sua famiglia – a proposito, che dolce il siparietto con uno dei gemellini Federer con le mani in bocca al momento della premiazione, in mondovisione, e con la sorellona, beneducata, a cercare di levargliele – per la quale da papà modello è sempre presente (e viceversa) e sarebbe pronto pure a ritirarsi se fosse necessario, come ha dichiarato di recente. Ma non lo ha fatto commuovere quell’improvviso pianto a dirotto con cui Cilic, alle strette, ha sorpreso il pubblico verso le sedici, col Re a metà dell’opera. Freddo e lucido, Roger ha concluso il proprio lavoro prima di commuoversi e di tornare a versare a sua volta qualche lacrima (ma di gioia in questo caso) sull’erbetta ringiallita di Wimbledon.

Alla vigilia della finale, davanti ai microfoni, Federer aveva rifiutato l’etichetta di immortale, replicando di ritenersi piuttosto un privilegiato a poter disputare un’undicesima finale all’All England Club. A dire il vero, però, in domeniche così vien da dire che i veri privilegiati siamo noi, a poter gioire ancora del suo tennis. Immortale. Perché le carriere ad un certo punto finiscono, ma certe emozioni non si cancellano. E allora hai voglia a trovare gli aggettivi giusti. Meglio giocare a far parlare i numeri, piuttosto. Come l’otto: il giorno e il mese in cui è nato, 36 anni fa. O – simpatica curiosità – il numero del campo di Wimbledon in cui si è riscaldato prima della finale. O gli anni di digiuno interrotti dall’ultima doppietta Slam. O, naturalmente, la cifra record di successi sull’erba del major londinese. Una volta di più: lunga vita al Re!

 

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