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Quando frana il centralismo statale

11.04.2018 - aggiornato: 11.04.2018 - 15:52

Claudio Mésoniat nel suo editoriale si sofferma sulla responsabilità della classe politica dietro alla tragedia in Val Vigezzo, che ignorando il federalismo, ha allungato la burocrazia.

© Ti-Press / Samuel Golay

di Claudio Mésoniat

 

Ho letto sulla prima pagina di un periodico ticinese questo titolo: “Nessuna strada sarà mai al sicuro dal pericolo di frane”, con riferimento alla recente tragedia in Val Vigezzo, dove due ticinesi hanno perso la vita. Come dire: uscendo di casa la mattina potresti sempre trovarti sulla traiettoria di una tegola che precipita inattesa dal tetto. E invece no, qui non si tratta solo di un “destino cinico e baro”, così come un anno fa sulla litoranea del Lago Maggiore dopo Cannobio la caduta di massi che travolse e uccise un motociclista del Mendrisiotto non fu soltanto una mossa imprevedibile del fato. Se solo proviamo a scavare sotto le macerie di questi episodi, non tarda ad apparire una precisa responsabilità politica. Niente roghi per questo o quell’uomo politico -tranquilli i boia mediatici- e neppure uno specifico anatema contro l’una o l’altra forza politica (al momento tutte quante impegnate a bizantineggiare attorno al Quirinale in vista della formazione di un Governo).

La responsabilità è dell’intera classe politica italiana, con annesse truppe di politologi, costituzionalisti, analisti, opinionisti e intellettuali d’ogni genere. E la colpa qual è? Avere ignorato e continuare a ignorare il federalismo, disprezzandolo come “roba buona giusto per gli svizzerotti”. Cosa c’entra il federalismo con queste tragedie? C’entra eccome, perché le colpevoli lungaggini e gli allucinanti rimpalli di competenze tra Roma, le Regioni, le Province e i Comuni hanno fatto passare anni e anni senza che qualcuno mettesse mano a un piccone, mentre i soldi (70 milioni di euro) stanziati sulla carta dopo anni di sollecitazioni giacevano inerti sui conti dell’ANAS (che è come dire da Roma a… Roma). E queste lungaggini criminose di burocrazie anonime sono il frutto di uno Stato concepito come un sole, la Roma politica, che concentra ogni potere e risorsa finanziaria, attorno al quale ruota un enorme pulviscolo di pianeti e pianetini privi di qualsiasi reale autonomia (in particolare fiscale), ridotti a passivi destinatari di elargizioni concesse dal centro dell’impero. Vorrà pur dire qualcosa che gli analoghi lavori necessari per mettere in sicurezza la strada delle Centovalli fino al confine di Camedo siano stati messi in cantiere e realizzati negli stessi anni durante i quali tra Roma e i Comuni della Provincia Verbano-Cusio-Ossola correva solo carta bollata. Sbaglierebbe chi mettesse questa inefficienza sul conto del proverbiale “magna magna” di una presunta corruzione. Come sarebbe offensivo insinuare che gli italiani dovrebbero venire da noi a imparare l’ingegneria civile.

Precisiamo che i sindaci dei Comuni vigezzini sono stati per anni incolpevoli voci che gridavano nel deserto. Tant’è vero che ancora nei giorni scorsi il sindaco di Re ha formulato una sensata proposta per avviare nel giro di pochi mesi i lavori indispensabili sui tratti più pericolosi del percorso mortifero, premurandosi di quantificare la spesa e di indicare i fondi dai quali prelevare gli importi necessari. Intanto, e per chissà quanti mesi, i mille frontalieri che percorrono la Val Vigezzo quotidianamente dovranno varcare la Val Cannobina e mettersi poi in coda con i tremila lavoratori che transitano ogni giorno dal valico di Brissago. Per loro la levata non sarà più alle 5.30 ma alle 4 del mattino. 

Siamo quasi certi che il federalismo annoveri tra i suoi più rapiti sognatori gli impotenti amministratori delle remote province dello Stato romanocentrico nato infelicemente dal Risorgimento, via via peggiorato in epoca fascista e purtroppo non sanato nella sua natura centralistica neppure dalla Costituzione del 1948. Ma perché l’idea federalista non entra nelle dure cervici di quella caterva di medici che si affannano attorno al letto del paziente, da tutti giudicato grave? Non c’è leader politico né commentatore che proprio in questi giorni non lanci allarmi apocalittici sul futuro dell’Italia, ma nessuno mette l’accento su una riforma della struttura napoleonica dello Stato. Intendiamoci, nessuno si immagina che il rimedio possa essere un copia-incolla dal modello svizzero. Ci mancherebbe. Ogni Paese ha la sua storia e la sua geografia e i modelli federalistici in vigore in vari Stati del mondo hanno caratteristiche peculiari sempre connaturate alla storia e al contesto (quello tedesco non è quello americano, anche se tra quest’ultimo e quello elvetico ci furono prestiti incrociati). Del resto elementi di un “federalismo all’italiana” sono già presenti nella Costituzione, ma a distanza di oltre 15 anni dal varo del Titolo V, siamo ancora al punto, per restare terra terra, che se in un Comune (come è successo a Napoli) gli autobus si fermano per mancanza di gasolio, il cittadino non sa a quale porta bussare per lamentarsi. Nel secondo dopoguerra ci fu qualche “marziano” tra gli studiosi italiani a perorare la causa federalista: Olivetti, Spinelli, da ultimo il comasco professor Miglio, che elaborò però la teoria delle tre macroregioni, con qualche analogia rispetto alle proposte di Gioberti e del grande Rosmini, più che a quelle del “nostro” Cattaneo.

Forse, per quanto riguarda le Regioni, che già esistono, basterebbe attuare con saggezza i presupposti del Titolo V dell’attuale Costituzione, trasformando la seconda Camera in un serio Senato federale, e potenziando i controlli del Governo centrale verso le Regioni inefficienti, che purtroppo esistono, e alle quali si appiglia la marea di politologi giacobini per gettare discredito sul federalismo in quanto tale. Poi si tratterebbe di porre mano a una riforma degli enti locali più vicini al cittadino, i Comuni, rendendoli più autonomi sia fiscalmente che istituzionalmente. Concludiamo -esemplificando su un settore delicato come quello educativo- con le parole di don Sturzo che nel 1949, subito dopo l’entrata in vigore dell’attuale Costituzione, si chiedeva «perché il mastodontico ministero della pubblica istruzione (accentrato naturalmente a Roma) deve mantenere statizzati e regimentati i maestri e le maestre, i professori e gli insegnanti, occupandosi persino dei trasferimenti, permessi e concorsi e pensionamento di tutto il personale scolastico compresi bidelli e uscieri. Quanto un tale accentramento sia dannoso per l'istruzione italiana non c'è persona con la testa sulle spalle che non lo afferri». 

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