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A Cuba tutto cambia perché niente cambi

14.03.2018 - aggiornato: 14.03.2018 - 11:50

Il nuovo presidente verrà eletto il 19 aprile: e non si tratterà di un Castro. Dopo 60 anni di repressione e promesse non mantenute, con tutta probabilità verrà nominato Miguel Diaz-Cane,

di Paolo Manzo

 

Deve essere per forza gattopardesca una dittatura come quella cubana, in grado di preservarsi per 60 anni, soprattutto se comunista e pur trovandosi ad appena un centinaio di miglia dalla Florida, lo stato degli USA più capitalista anche perché, da decenni, accoglie milioni di latinoamericani in fuga dalle “delizie” dell’ideologia marxista declinata in salsa castrista (gli ultimi sono i venezuelani). Del resto «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»: lo diceva già Tancredi, nipote del principe di Salina, nel Gattopardo, immensa opera di Tomasi di Lampedusa che tanto Raúl come prima Fidel Castro, devono avere letto più volte. 

E succede così che, nonostante gli annunci fatti da Barack Obama ed il più giovane dei fratelli Castro, il 17 dicembre del 2015, l’appeasement con conseguente riallaccio delle relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana – a parte la liberazione di qualche dissidente – non ha cambiato in meglio la vita dei cubani, anzi. Al di là delle parole di Trump e della misteriosa vicenda degli attacchi acustici contro le feluche Usa, a peggiorare la vita dei cubani è stato soprattutto il crollo degli aiuti petroliferi da un Venezuela in piena crisi. E oggi il “pueblo revolucionario” teme di tornare a mangiare radici e a lavare i panni con le pungenti e grasse foglie di maguey, versione americana dell’agave, che sbiancava sì ma a costo di irritazioni e tremende allergie, come dopo il crollo dell’Urss. Al di là della breve illusione di cambiamento di fine 2015, i cubani oggi se la passano peggio di allora perché ad aumentare in questo lasso di tempo non è stato il loro benessere bensì la repressione della dittatura. 

Dopo gli anni della “mucca rivoluzionaria” Ubre blanca, che stando alle promesse di Fidel avrebbe dovuto «risolvere il problema della fame dei cubani fornendo latte e carne in abbondanza per tutti» – il risultato oggi è che l’allevamento si è ridotto di un 70% rispetto a 60 anni fa e la carne bovina rimane un miraggio per la stragrande maggioranza del pueblo – e dopo un altro migliaio di promesse all’insegna del cambiamento fatte in questi sei decenni di castrismo, ora però dicono si cambi sul serio perché, per la prima volta dall’inizio della revolución, dal prossimo 19 di aprile il presidente di Cuba non porterà più il cognome Castro. 

Sara vero? No, non illudetevi perché anche se a succedere all’86enne Raúl, tra poco più di un mese sarà quasi certamente il 57enne Miguel Diaz-Canel, cambierà poco o nulla. Certo, l’attuale vice-presidente è un giovanissimo per gli standard rivoluzionari cubani, uno che ai tempi della Sierra Maestra non era neanche ancora nato e che, almeno in teoria, potrebbe smantellare, progressivamente, il burocratico e militarizzato apparato economico per imitare sul serio il “modello cinese” o, viste le dimensioni, il “modello vietnamita”, ovvero capitalismo sì ma nessuna apertura sul fronte politico e dei diritti umani. 

Nel 1976, con ormai la dittatura consolidata, Fidel decise l’ennesimo “cambiamento”, consentendo al pueblo l’elezione di un Parlamento. Peccato che l’unico partito legale da allora sia sempre stato solo quello comunista ed il compito di questo “Parlamento”, invece che fare leggi, continui ad essere solo quello di “approvare” le decisioni prese dal Politburo della dittatura. Domenica 11 marzo a Cuba c’è stata l’ennesima elezione farsa per eleggere i 605 parlamentari della IX legislatura e, nonostante i soliti arresti preventivi, la coraggiosa figlia del compianto dissidente cattolico Oswaldo Payá, Rosa Maria, ha potuto verificare con la sua associazione CubaDecide che in alcuni seggi il 37% degli aventi diritto ha cancellato il proprio voto, in forma di protesta. Il tutto nonostante le minacce di perdere il lavoro o di subire ritorsioni da parte del regime che, pur minimizzando la cosa, ha ammesso un calo dell’affluenza dell’8%.  

Saranno questi parlamentari di regime a scegliere il “cambiamento” il prossimo 19 aprile rappresentato da Diaz-Canel. Resta da vedere se costui opterà per lo smantellamento in modo organizzato del castrismo, nel qual caso potrebbe contenere la crescente dissidenza soprattutto da parte dei giovani. A differenza della Cina, infatti, fare soldi a Cuba è ancora oggi considerato un crimine, inoltre i 2500 posti di comando in tutte le aziende produttive medio-grandi – hotel di lusso, banche, porti, aeroporti, cementifici, acciaierie, distillerie di rum e sigari – sono riservati alle alte gerarchie militari, mentre al resto della popolazione è impedita ogni accumulazione della ricchezza, potendo solo sopravvivere a stento con i ristorantini familiari o guidando taxi scassatissimi. Se, invece, Diaz-Canel non farà un’apertura economica vera, il rischio d’implosione del sistema sarà enorme. Ed il cambiamento potrebbe avvenire per volontà di un pueblo stanco di vivere da 60 anni solo di sogni. 

 

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