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"Questi vent'anni senza Lady Diana"

30.08.2017 - aggiornato: 30.08.2017 - 15:55

La notte tra il 30 e il 31 agosto 1997 lo schianto fatale a Parigi. Ma chi fu davvero la "principessa triste"? Intervista ad Antonio Caprarica, storico corrispondente RAI da Londra.

© Instagram

di Gino Driussi

 

Esattamente 20 anni fa, la notte fra il 30 e il 31 agosto 1997, moriva in un tragico incidente stradale nel tunnel dell’Alma, a Parigi, la principessa Diana, ex-moglie di Carlo d’Inghilterra. Insieme a Diana, che aveva 36 anni, persero la vita anche il suo compagno, l’imprenditore egiziano Dodi al-Fayed, e l’autista Henri Paul. Unico superstite fu la guardia del corpo di al-Fayed Trevor Rees-Jones.

In occasione del ventesimo anniversario della scomparsa di Lady Diana, il giornalista e saggista  Antonio Caprarica, per molti anni famoso e mitico corrispondente della RAI da Londra, ha pubblicato rcentemente, per le edizioni Sperling & Kupfer, un libro intitolato “L’ultima estate di Diana”. Lo abbiamo intervistato.

Antonio Caprarica, perché ha deciso di scrivere un libro su Lady Diana?

 Forse perché ho avvertito un debito personale nei suoi confronti  e mi è sembrato il tempo giusto per saldarlo, nel senso che nella “partita” tra Carlo e Diana  io sono sempre stato più “carlista” che “dianista”, tendendo a ridurre la misura e l’impatto della personalità di Diana  a quella di una donna piuttosto capricciosa  e manipolativa. 

Ora invece faccio il mio “mea culpa”  ricostruendo le ultime due settimane della vita di Diana in quello che non è una sua  biografia, ma un racconto. Ebbene, in questo brevissimo lasso di tempo mi è parso che Diana  avesse assunto  lo spessore e la forza di un personaggio letterario. E in questa trasformazione – naturalmente ai miei occhi -  è affiorato in me anche un interrogativo  su chi fosse veramente Diana. 

E a quali conclusioni è giunto?

Che è un enigma che rimane affidato al campo delle possibilità, delle teorie perché la morte ha interrotto quello che  a me è sembrato un processo di  sviluppo  e di liberazione di una donna che, dopo essere stata  per tutta la vita la figlia di qualcuno, la moglie di qualcuno, la madre di qualcuno, finalmente dopo il divorzio si è forse messa davanti allo specchio.

E si è chiesta seriamente “che cosa voglio fare di me, chi voglio essere, che cosa posso essere?”. In quelle ultime settimane della sua vita vediamo nascere una possibile diversa personalità, una donna che realizza quale impatto può avere il suo personaggio mediatico e decide di adoperare quell’impatto per un fine positivo, cioè per scopi umanitari. Naturalmente Diana è un essere umano, debole, fragile, confrontato con mille contraddizioni: un giorno la vediamo correre in Bosnia a sfidare le mine antiuomo e il giorno dopo  invece è a fare la gran dama della mondanità a Monte Carlo su uno yacht di 70 metri, apparentemente priva di qualsiasi preoccupazione o empatia verso gli altri. Invece no: la forza di Diana sta  proprio in questa profonda empatia  nei confronti del prossimo e mi chiedo – nel libro – che cosa  Diana sarebbe potuta diventare se la morte non avesse interrotto questo percorso.

Leggi l'intervista completa sul GdP di oggi

 

 

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