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10 anni di grande crisi (e la lezione di Adam Smith)

22.08.2017 - aggiornato: 22.08.2017 - 10:49

di Gianfranco Fabi

La grande crisi, iniziata nell’estate di dieci anni fa, è stata giustamente ricordata da commentatori ed esperti secondo un duplice profilo: da una parte si è sottolineato come solo l’intervento, in molti casi massiccio, degli Stati abbia permesso di bloccare gli effetti più pesanti e di avviare un nuovo periodo di crescita; dall’altra si è messo in evidenza come le condizioni dei mercati finanziari mondiali siano ancora tali da far ritenere una nuova crisi non solo possibile, ma addirittura probabile.

Ci vorrà sicuramente ancora tempo per mandare in archivio un evento che ha travolto e stravolto tutto: sono crollati i corsi delle azioni in Borsa e si sono impennati i tassi di disoccupazione; sono aumentati i fallimenti delle imprese e questo ha comportato una moltiplicazione delle insolvenze bancarie; sono cresciuti i debiti degli Stati, chiamati a tamponare le falle del sistema economico; si sono percorsi sentieri prima inesplorati con politiche monetarie che hanno portato al fenomeno del tutto nuovo dei tassi negativi.

Se è vero che la crisi ha colpito tutti, è altrettanto vero che a dieci anni di distanza il panorama globale è estremamente variegato. Le Borse hanno ripreso a volare e ci sono Paesi come gli Stati Uniti, la Germania, la Svizzera, che hanno rapidamente riconquistato le posizioni perdute tra 2007 e 2009. Ce ne sono altri che hanno aggiunto fattori nazionali alla crisi globale, come i Paesi mediterranei che devono ancora combattere contro alti tassi di disoccupazione. E altri ancora, come la Cina, che continuano a crescere, ma a ritmi più lenti e che soprattutto hanno ridotto il loro apporto alla crescita del commercio internazionale.

C’è tuttavia un elemento che sembra accomunare tutte le aree e che, più di altri, può contribuire ad alimentare un nuovo periodo di difficoltà: è la crescita delle disuguaglianze sociali con l’estensione dell’area della povertà, il ridimensionamento del ceto medio, le difficoltà per i giovani di entrare nel mondo del lavoro, i tagli alle prestazioni sociali per le esigenze di bilancio dei Governi, l’aumento dell’incidenza della popolazione anziana perché in tutti i Paesi si vive più a lungo e si riduce la natalità.

È questo il risultato di scelte economiche che hanno ritenuto che il mercato fosse sempre più efficiente quanto più “deregolato” e che non hanno posto in rilievo il fatto che i fallimenti del mercato derivano soprattutto dalla sua connaturata incapacità di affrontare i temi più strettamente sociali.

Eppure sarebbe utile tornare a quello che viene considerato il fondatore dell’economia liberale, Adam Smith, che più di due secoli fa non solo fece le lodi della libertà di iniziativa, ma sottolineó come la società dovette basarsi su due elementi fondamentali: la pluralità delle istituzioni e la varietà delle motivazioni. Il mercato e i capitali sono elementi portanti ma richiedono il sostegno di altre realtà positive per realizzare bene comune e libertà personale. Così è compito delle istituzioni prevenire inefficienze, iniquità e ingiustizie, in fondo per far funzionare meglio i mercati bloccando i monopoli, le rendite di posizione, i privilegi. Ma è necessario anche che il profitto non sia l’unico elemento di “spinta” dell’economia, ma a questo si affianchino la solidarietà, l’apertura sociale, la logica del dono e del gratuito.
La strada da fare è ancora lunga, anche dal punto di vista del dibattito politico ed economico. Ma senza un maggiore e più coerente impegno degli Stati, sul fronte delle istituzioni, e senza una forte presa di coscienza delle persone e dei gruppi, sotto il profilo delle motivazioni, e quindi senza un drastico impegno contro le disuguaglianze, la spada di Damocle della crisi continuerà a girare sulle nostre teste.

 

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