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È ora di ribaltare il paradigma liberista

08.05.2018 - aggiornato: 08.05.2018 - 11:43

di Gianfranco Fabi

È la frase più famosa di tutta la storia delle teorie economiche. Quella di Adam Smith nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni in cui illustra il pilastro attorno a cui può crescere una società libera: «Non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi». In pratica sono le ragioni e le scelte di ogni singola persona che sommandosi sotto la guida di quella che lo stesso Smith chiama «una mano invisibile» porterebbero ad innalzare il benessere collettivo e soprattutto la possibilità di soddisfare, grazie al lavoro altrui, i propri bisogni. 

Le teorie liberiste hanno avuto sul fronte economico un crescente successo anche per il fallimento, spesso con i contorni della tragedia, di quello che era considerata come l’unica e reale alternativa, cioè il socialismo nelle sue più varie forme. L’alternativa Stato-mercato ha dominato a lungo il dibattito politico e sociale soprattutto dopo che la grande crisi finanziaria del 2008 ha portato in prima fila la fragilità di un sistema in cui si era diffusa l’illusione che fosse possibile fare i soldi con i soldi senza passare attraverso la faticosa e incerta strada della produzione e del commercio.

Ma negli ultimi anni si è diffusa una duplice preoccupazione. Da una parte l’aumento delle disuguaglianze e la crescita della fascia povertà per l’effetto congiunto della globalizzazione, delle nuove tecnologie e delle politiche monetarie espansive attuate per contrastare la crisi. Dall’altra le ricadute negative sull’insieme della popolazione mondiale di un crescente inquinamento ambientale: è solo di pochi giorni fa l’allarme dell’Organizzazione mondiale della sanità (sette milioni di morti all’anno a livello mondiale) sugli effetti delle polvere sottili nell’aria per gli scarichi industriali e del traffico.

Gli economisti le chiamano elegantemente «esternalità negative»: sono gli effetti collaterali che non rientrano nelle logiche del mercato e che anzi il mercato in qualche modo agevola con la spinta a massimizzare i profitti e a ridurre il più possibile i costi.  La risposta tradizionale a questi problemi è quella dell’intervento dello Stato, un intervento indubbiamente necessario e che anche i liberisti più radicali ritengono inevitabile anche se nella minore incidenza possibile.

Ma appare sempre più necessario andare oltre e ribaltare il paradigma liberista di Adam Smith. Si tratta di creare le condizioni perché si instauri una nuova cultura sociale: quella secondo cui le scelte delle singole persone devono innanzitutto essere tese al bene comune, scelte che comunque hanno poi come effetto anche quello di migliorare il benessere di ciascuno.

È questo in fondo il messaggio dell’enciclica Caritas in veritate, promulgata da papa Benedetto XVI proprio nove anni fa, il 29 giugno del 2009, e che appare sempre più di attualità per il suo fondamento antropologico e per la profondità teologica dell’analisi.   Un’enciclica che resta un messaggio di fiducia, di speranza, di stimolo all’azione perché il mondo «ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore: la crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno». 

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