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I nuovi scenari del commercio mondiale

12.09.2017 - aggiornato: 12.09.2017 - 10:35

di Gianfranco Fabi

C’è qualcosa di nuovo nel panorama dell’economia mondiale. Siamo infatti di fronte ad uno di quei cambiamenti che non fanno notizia dall’oggi al domani, ma costituiscono significativi mutamenti strutturali che condizionano le prospettive di crescita dei singoli Paesi. Il dato di fondo è molto chiaro da almeno due anni: il contributo degli scambi commerciali alla crescita economica si è progressivamente ridotto e quello che gli economisti chiamano “il moltiplicatore del commercio rispetto al Pil” ha toccato il livello minimo degli ultimi trent’anni.

La ragioni di questo andamento sono strettamente collegate ai cambiamenti delle politiche commerciali seguite alla grande crisi iniziata dieci anni fa e alle strategie di politica economica della Cina, il Paese che a cavallo del secolo ha dato un impulso fondamentale alla crescita degli scambi e che ora si sente quasi l’obbligo di sostenere la domanda interna.

Quello che bisogna sottolineare è che le politiche protezionistiche sono iniziate molto prima della vittoria di Donald Trump alle elezioni americane e alla scelta dei britannici di abbandonare l’Unione europea. Dal 2008 al 2016 i Paesi del G20 hanno introdotto più di 4mila nuove misure protezionistiche con una forte accelerazione negli ultimi due anni. Non si tratta solo di dazi, ma anche di barriere normative, di nuovi adempimenti doganali, di limitazioni ai trasporti. Misure dettate soprattutto dall’esigenza di difendere le produzioni (e quindi i posti di lavoro) nazionali di fronte alle politiche di dumping dei Paesi esportatori, politiche che consistono essenzialmente nel praticare dei prezzi alle esportazioni più bassi di quelli validi per il mercato interno in gran parte grazie a sovvenzioni palesi od occulte da parte dei Governi. Sotto accusa in particolare proprio la Cina che pur essendo entrata all’inizio del secolo nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) non ha ancora ottenuto il riconoscimento di “economia di mercato” anche per i rigidi controlli valutari che mantengono a sostanziale convertibilità limitata la valuta nazionale, il renminbi. 

Ma ci sono altri elementi che stano cambiando lo scenario del commercio mondiale. Si può citare il tramonto delle politiche di delocalizzazione industriale finalizzate a sfruttare i minori costi di produzione nei Paesi emergenti. In questa fase gli investimenti esteri sono decisi soprattutto per produrre per i mercati locali e non per le esportazioni, mentre vi sono esempi significativi, soprattutto negli Stati Uniti, di “reshoring”, cioè di ritorno in patria di produzioni precedentemente spostate all’estero.

Un altro fattore determinante è dato dalla sostanziale stagnazione della domanda di beni di consumo da parte delle economie occidentali alle prese con la stagnazione demografica, l’invecchiamento della popolazione e l’allargamento dell’area della povertà. E peraltro mentre scende la quota di domanda dei beni tradizionali sale il valore degli scambi dei servizi immateriali, delle transazioni unicamente finanziarie, dei contenuti informativi nelle grandi reti di comunicazione.
In questo scenario non si sente proprio il bisogno di nuovi ostacoli agli scambi. Il commercio internazionale resta fondamentale per le economie dei Paesi europei e le illusioni del protezionismo rischiano di avere l’effetto citato da una nota affermazione del presidente Mao: «Alzare un sasso per lasciarselo cadere sui piedi».

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