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Il concetto di “capitale territoriale”

24.08.2017 - aggiornato: 24.08.2017 - 09:30

di Remigio Ratti

In un’epoca in cui tutto e tutti sono in competizione, dove anche la capacità di innovare non basta poiché il progresso tecnologico è rapidamente diffuso e accessibile, appare sempre più difficile trovare appropriate politiche di sviluppo regionale e locale. Come fare la differenza? Cosa e chi può farla? Il compito non è dei più facili; in crisi sembrano essere in particolare gli approcci funzionalisti tradizionali che fanno leva su relazioni deterministiche di causa-effetto (tipo sgravi fiscali e sussidi), con misure specifiche e puntuali sempre più burocratiche. Appartengono alla medesima logica le iniziative tipo “Prima i nostri”. Con quali risultati in termini di efficacia-efficienza? Un’analisi che i processi di pianificazione politica sembrano aver perso.

Il noto economista del Politecnico di Milano, Roberto Camagni, è tra coloro che hanno raccolto e promuovono un mutamento di prospettiva. In un “approccio cognitivo”, in termini di “capitale territoriale”, il funzionalismo cede il passo; si fa piuttosto leva sulle relazioni complessive e inter-soggettive, agendo sui modi in cui gli agenti economici percepiscono la realtà economica nonché sulle modalità di risposte creative e sui comportamenti cooperativi e sinergici. Vanno in questa direzione i compiti assegnati ad agenzie come gli Enti regionali di sviluppo (ERS), anche se per ora quest’ultime, salvo eccezioni, non sembrano imporsi al localismo di parte, così come alla “Fondazione Agire”, dove tuttavia stupiscono i cambiamenti ad intervalli ravvicinati dei suoi direttori. Troppo presto per fare un bilancio critico? 

Intanto il concetto di “capitale territoriale” sembra essere più facilmente raccolto in realtà regionali-locali. Lo è già stato per la Scuola internazionale di scultura di Peccia (Economando 1.10.2014) che sta ridando nuovo corpo alle potenzialità di sviluppo a partire dal suo filone estrattivo di marmo. In altro modo, Arzo sta per rivalutare il proprio capitale. Sempre si tratta di mettere in risalto la produttività totale dei fattori e non quella di uno specifico prodotto (qui l’estrazione della pietra).

Il riferimento a questa moderna chiave di lettura delle scienze regionali calza a pennello anche per il costituendo Parco Nazionale del Locarnese. Che cos’è il PNL se non un progetto di salvaguardia e sviluppo del capitale territoriale regionale? Infatti è proprio questo concetto che risolve l’apparente dicotomia tra l’obiettivo della protezione della natura e del paesaggio e quello dello sviluppo di uno spazio economico vitale e sostenibile. Applicato al caso del PNL il concetto di capitale territoriale riassume e concilia i due obiettivi mettendo in risalto come natura e paesaggio siano una risorsa di base collettiva e quindi un capitale materiale e immateriale tanto più quotato quanto più fa da offerta per attrarre e mantenere sul territorio fattori mobili e nobili per la produzione di valore. Le ampie e differenziate esperienze di animazione sociale, culturale ed economica condotte in questa fase di candidatura del Parco da molteplici attori identificati con il territorio possono essere da esempio del tipo di capitale territoriale che si va formando.

Ogni territorio possiede uno specifico capitale materiale e immateriale, distinto da quello di altre aree. Il PNL è quindi un marchio oltre il quale si cela un percorso identitario e di sviluppo, che può fare la differenza in termini di competitività e di produttività globale dei fattori.

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