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La spada di Damocle degli algoritmi

21.02.2018 - aggiornato: 21.02.2018 - 09:00

di Gianfranco Fabi

Di fronte alla sede della borsa americana, a Wall Street, c’è una grande statua in bronzo di un toro, simbolo della crescita del mercato finanziario. Realizzata  dall’artista italo-americano Arturo di Modica è stata collocata dallo stesso autore senza alcuna autorizzazione, ma è rimasta al suo posto ed è diventata il simbolo del capitalismo americano capace di rispondere alle crisi e di risollevarsi ogni volta. La statua venne posata nel 1989, due anni dopo la crisi del 1987, una crisi tra le più gravi per il mercato azionario nel breve termine, ma che dopo alcuni mesi si era trasformata in una nuova occasione di crescita.

E in effetti negli anni successivi, sia dopo l’esplosione della bolla dei titoli della nuova economia nel 2000, sia dopo la crisi del 2008 iniziata con il fallimento di Lehman Brothers, la borsa americana si è più o meno rapidamente ripresa con andamenti al rialzo anche superiori rispetto alla crescita dell’economia e degli stessi utili delle imprese.

Nelle ultime settimane sulle borse valori, partendo proprio da Wall Street, si è diffusa una nuova ondata di incertezze con bruschi cali delle quotazioni seguite da più o meno ampi rialzi all’insegna di una forte volatilità, quasi come se i mercati, e quindi gli operatori che sui mercati agiscono, non avessero nessuna sicurezza dei percorsi da seguire. 

Ma chi sono gli operatori dei mercati? In primo luogo dovrebbero i essere i cittadini interessati a collocare i loro risparmi per partecipare indirettamente alla crescita dell’economia. In secondo luogo dovrebbero essere i gestori di piccoli o grandi patrimoni, non solo di privati, ma anche di imprese, associazioni, fondazioni, enti pubblici. 

Questo in teoria. In pratica i veri operatori occupano tutto l’ultimo piano del palazzo della borsa di New York, non hanno orari di lavoro, ma hanno precise istruzioni di comportamento. Si tratta dei computer istruiti per attuare operazioni di acquisto o vendita sulla base di programmi automatici a loro volta gestiti da algoritmi, cioè da calcoli matematici che possono prendere in considerazione in una frazione di secondo migliaia di variabili diverse. Ebbene il 90% delle transazioni a Wall Street viene ormai realizzata attraverso questi computer interessati ovviamente a sfruttare le tendenze di brevissimo periodo sui mercati e a cui non importa nulla delle strategie di lungo termine e dei piani industriali delle imprese così come delle prospettive dell’economia. Il risultato è che quando si rompe una tendenza definita, come è avvenuto nelle ultime settimane, le transazioni ad alta frequenza non fanno altro che amplificare i movimenti del mercato con il rischio di gonfiare le bolle speculative in caso di rialzi e di facilitare crolli ingiustificati se inizia una fase di ribasso.

Dato che nello spazio di una giornata se qualcuno realizza dei guadagni un altro deve chiudere in perdita ecco che la sfida finanziaria si gioca più tra i programmatori degli algoritmi che tra gli analisti di mercato e tanto meno tra gli esperti di economia.

E se a questa logica aggiungiamo il fascino crescente delle monete virtuali, come i bitcoin, abbiamo una realtà finanziaria che rischia sempre più di allontanarsi dall’economia reale, delle aspettative delle persone, dalla possibilità di essere un elemento costruttivo per la società.

 

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