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L’indotto economico esiste davvero?

07.02.2018 - aggiornato: 07.02.2018 - 16:29

di Paolo Pamini

Uno dei migliori terreni d’amicizia tra politici ed economisti è la teoria dell’indotto economico. Non passa occasione che, di fronte ad una spesa pubblica, ci si prodighi nel sottolineare gli effetti positivi che questa crea, a partire dai posti di lavoro. Ma la teoria è davvero corretta, e soprattutto completa?

Lasciamo perdere lo Stato e consideriamo il famoso esempio della finestra rotta presentato nel mese di luglio del 1850 (!) dall’economista francese Frédéric Bastiat nel suo pamphlet Ce qu’on voit et ce qu’on ne voit pas. Giocando, il figlioletto di Jacques Bonhomme rompe un vetro di casa. Furioso, il padre deve spendere, diciamo, 400 franchi (nell’esempio originale erano 6, ma lasciamo perdere qui la distruzione del potere d’acquisto della moneta sull’arco degli anni) per aggiustare la finestra. C’è chi dice a Jacques Bonhomme che tuttavia ciò è cosa positiva, perché dà lavoro al vetraio, che a sua volta darà lavoro al calzolaio, che a sua volta andrà dal fruttivendolo e così via. Questo, dice Bastiat, è ciò che si vede. Non si vede tuttavia che con quei soldi il padre avrebbe voluto comprare dei libri, e che anche il libraio avrebbe generato un indotto andando dal macellaio, e quest’ultimo dal falegname e così via. Nel complesso, la finestra rotta rappresenta una perdita netta per la società, perché da una parte vi sono due indotti tra i quali non si può discriminare, ma nel primo caso Bonhomme ha sostituito una finestra, mentre nel secondo avrebbe avuto sia la finestra sia i libri. Ecco in generale perché è un’idiozia economica, oltre che umana, affermare che guerre e disastri naturali siano positivi per l’economia.

Ma che dire quando è lo Stato a spostare risorse? Al posto del pargoletto che rompe un vetro, lo Stato potrebbe sottrarre al parigino Jacques Bonhomme 400 franchi con la violenza fiscale (il prelievo non è un processo pacifico, il contribuente va in prigione se si ostina a non pagare) e destinarli ad altri scopi, per esempio per istituire in una zona discosta un piccolo giornale locale per informare la popolazione della vallata. Naturalmente, i giornalisti della vallata saranno contenti di farsi assumere e ricevere un salario, che come il vetraio di sopra spenderanno dal calzolaio e così via. È pure probabile che il politico del villaggio, che è riuscito a fare lobbismo presso lo Stato centrale per ricevere tali risorse prelevate da Bonhomme, sarà molto amato e sostenuto dai giornalisti e dagli abitanti del villaggio. Questo è ciò che si vede. Non si vede tuttavia l’acquisto dei libri che Bonhomme avrebbe fatto a Parigi e l’indotto che ne sarebbe pure risultato. Come giudicare i due indotti? Poiché il benessere è un concetto soggettivo, non vi è modo di misurare utilitaristicamente il valore del primo rispetto a quello del secondo indotto. Di fatto stiamo parlando di pura ripartizione finanziaria da Bonhomme, libraio ecc. ai giornalisti, calzolaio ecc. Con una grande differenza: sappiamo che Bonhomme sta peggio, perché il prelievo fiscale gli ha impedito di comprare i libri che gli avrebbero dato soddisfazione. In tal senso, l’indotto generato dallo Stato è peggiore di quello spontaneo che Bonhomme avrebbe creato, anche perché la macchina amministrativa fiscale rappresenta un costo non produttivo che il secondo indotto spreca nella società.

Vi è un ultimo aspetto, nel caso lo Stato tassasse il reddito di Bonhomme anziché un importo fisso: in futuro Bonhomme potrebbe decidere di lavorare di meno, considerato che tanto parte dei suoi guadagni gli viene sottratta. In tal senso, la ripartizione fiscale causa un’ulteriore diminuzione di benessere nella società, oltre che ad attaccare il diritto alla proprietà dei frutti del lavoro di Bonhomme, da lui conseguiti pacificamente. 

* ETHZ ed Istituto Liberale

 

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