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Ma quanto mi costi, cara pensione?

31.08.2017 - aggiornato: 31.08.2017 - 13:00

di Paolo Pamini*

La votazione federale del 24 settembre 2017 sulla “Previdenza 2020” offre alcuni spunti di riflessione per i lettori di questa rubrica. Nonostante i molti elementi del pacchetto Previdenza 2020, si propone di ridurre il tasso di conversione delle casse pensioni (parte obbligatoria) dal 6.8% al 6% e aumentare di 70 franchi le nuove rendite AVS finanziandole con l’IVA. Infatti, in caso di bocciatura la Svizzera potrebbe essere uno dei pochi Paesi al mondo che il 1° gennaio 2018 abbassa le aliquote IVA, passando dall’8% al 7.7%. A fine anno giunge a scadenza il finanziamento eccezionale dell’AI e l’aliquota IVA potrebbe scendere. Cosa non da poco se si pensa all’aumento dell’IVA previsto in Italia l’anno prossimo, o addirittura all’introduzione dell’IVA nei Paesi del Golfo Persico (Emirati Arabi compresi) a partire da gennaio. 

 Il tasso di conversione trasforma in una rendita fissa fino alla morte il capitale previdenziale che il lavoratore ha risparmiato entro i suoi 65 anni. Oggi, 100 franchi di capitale risparmiato si trasformano in 6.80 franchi di rendita annua. Coi soldi risparmiati, la cassa pensione deve tuttavia anche finanziare le rendite vedovili e agli orfani, che rappresentano mediamente il 18% delle rendite erogate. Di 100 franchi risparmiati, ne rimangono pertanto solo 82 per finanziare la rendita. Secondo l’Ufficio federale di statistica, la speranza di vita di un 65enne è oggi di circa 28 anni, e i tassi di interesse sui mercati sono lo 0% (se non negativi). Pertanto, 82 franchi diviso 28 anni implica che qualsiasi rendita (partendo da 100 franchi risparmiati) superiore a 2.93 franchi non è sostenibile con il capitale risparmiato. Oggi, dei 6.80 franchi di rendita ottenuti con 100 franchi risparmiati, ben 3.87 franchi sono finanziati sottraendoli agli assicurati più giovani. Anche con la riforma in votazione, partendo da 100 franchi risparmiati, la rendita annua (di 6 franchi) sarebbe comunque eccessiva nella misura di 3.07 franchi. Malgrado la riforma ben la metà della rendita pensionistica non sarebbe finanziata dal capitale del pensionato, bensì dagli assicurati giovani. In assenza di base legale (la LPP), uno schema del genere sarebbe già sul tavolo del Ministero pubblico. Guarda caso, nell’ambito sovraobbligatorio (dove valgono le regole di mercato), così come negli anni fino al 1985 (prima dell’introduzione della LPP), queste distorsioni non sono osservabili. Il problema è pertanto prettamente politico.

Da parte sua, l’AVS chiede esplicitamente ai lavoratori di oggi di finanziare le rendite dei pensionati di oggi. Chi poi finanzierà le rendite dei primi non è dato a sapere. Una catena di Sant’Antonio di Stato. Simulazioni mostrano che, senza costante immigrazione, il sistema AVS necessita di un aumento annuo del reddito procapite in Svizzera del 3%, cosa manifestamente non osservabile nei dati. Con il pensionamento dei baby boomers ormai iniziato, senza maggiori prelievi il sistema salterà in poco tempo.

Per le ragioni viste sopra, l’attuale sistema previdenziale svizzero mostra problemi finanziari e morali, a danno delle giovani generazioni. Per uscire dalla situazione, un modello dell’Istituto liberale propone di sopprimere l’obbligo e i prelievi AVS dei nuovi lavoratori, defiscalizzare integralmente le rendite AVS dei pensionati, aumentare progressivamente l’età di pensionamento fino a 75 anni, togliere 3% dall’aliquota IVA e tra circa 70 anni spegnere l’intero primo pilastro. Parallelamente, i lavoratori (anziché i datori di lavoro) dovrebbero poter scegliere la cassa pensione e andrebbe abolito qualsiasi tasso di conversione fissato per legge. A quel punto si sarebbero tolti gli interessi politici su un tema tanto delicato, lasciando spazio alla disciplina finanziaria e alla tutela dei sudati risparmi personali.

*AreaLiberale e Istituto Liberale

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