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"Il privilegio di narrare grandi storie di sport"

04.05.2018 - aggiornato: 04.05.2018 - 19:27

Il dietro le quinte del Giro d'Italia: Davide De Zan, protagonista dell’informazione Mediaset, ci racconta il mestiere del cronista sportivo da un luogo speciale, Gerusalemme.

di Francesca Monti

 

Raccogliendo il testimone dal padre Adriano, storico cronista del ciclismo, Davide De Zan è oggi uno dei volti più popolari del giornalismo sportivo in Italia. Proprio in queste ore si trova a Gerusalemme per raccontare sui canali Mediaset (Premium Sport e i servizi per Tg4, Tg5 e Studio Aperto), il 101° Giro d’Italia, al via oggi (dirette su RSI LA2 e RAI). Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare il retroscena di questi momenti di attesa e di una passione su due ruote che ha ispirato anche il suo libro Pedala! (Piemme), uscito qualche mese fa.  

Come si svolge il suo lavoro quotidiano  in  lunghe  competizioni come  il Giro d’Italia?

Per noi giornalisti è un flusso continuo di cose da fare, dal mattino alla sera. La giornata inizia presto, con i collegamenti in diretta per i nostri programmi, per raccontare quello che accade prima di ogni partenza, con le analisi, i commenti, le interviste ai protagonisti e la confezione dei servizi che vanno in onda verso le 13. Poi si seguono i corridori, si arriva al traguardo e comincia la parte più consistente della giornata, con la visione della tappa, l’arrivo degli atleti, le interviste del dopo gara e la preparazione di tutti i servizi che andranno in onda nei telegiornali Mediaset e nei  nostri notiziari sportivi di Premium. E questo per tre settimane... con una buona dose di stanchezza, ma con una medicina in corpo che si chiama passione, che ti porta ad affrontare tutto quanto con immensa gioia, perché è un privilegio essere qui a raccontare il Giro d’Italia.

Cosa pensa di questa partenza da Gerusalemme?

Devo dire la verità, sono da sempre un po’ allergico alle partenze all’estero, perché da vecchio romantico  preferisco che il Giro  rimanga entro i  confini italiani. Fosse per me farei la partenza dall’estero  una volta ogni 15 anni, e per  qualche motivo rilevante: ho ancora nel cuore, ad esempio,  quando siamo partiti da Atene, per i 100 anni delle Olimpiadi moderne. Essere qui a Gerusalemme e vedere da vicino i luoghi sacri di cui hai sentito parlare da sempre, i luoghi in cui è stato Gesù Cristo, è qualcosa che ti tocca davvero nel profondo. Soprattutto se consideriamo che il Giro parte da qui e arriva a Roma, un’altra città che non può non muovere  qualcosa nell’anima. E poi è un avvio straordinario dal punto di vista sportivo: disegnare un percorso  all’interno di Gerusalemme è qualcosa di unico, tecnicamente la prima tappa è bellissima.

Il suo è un volto  molto famigliare  del giornalismo sportivo, così come lo è stato quello di suo padre Adriano. Cosa le ha insegnato questa figura sul  suo  mestiere?

Tutto. Ha riversato con attenzione, cura e dolcezza infinita 40 anni di esperienza sul Giro, sul  Tour e e sulle  grandi corse a tappe. E poi mi ha trasmesso la sua  esperienza in questo “mestieraccio” che è il giornalismo, che è un gran privilegio poter fare. Papà mi ha sempre insegnato l’umiltà, il fatto che in questo lavoro non si finisca mai di imparare e che ogni giorno si possa migliorare. Per fare il giornalista sportivo, mi ha fatto capire, devi sapere di essere un privilegiato, perché hai la possibilità di vedere da vicino dei campioni, dei luoghi meravigliosi, puoi raccontare storie di ciclismo e di grande sport alle persone. E se hai amore per ciò che fai è una delle fortune più grandi che possano capitare a un uomo. O a un ragazzo, visto che ho fatto la prima telecronaca a 25 anni, e ora ne ho compiuti 56. 

In questi 31 anni di carriera come ha visto mutare il mondo del giornalismo sportivo?

Oggi possiamo contare su riprese di cui negli anni Novanta non disponevamo: la tecnologia ci aiuta a tenere sotto controllo atleti e corridori, abbiamo più telecamere in corsa, più definizione, meno problemi con gli elicotteri. E il linguaggio delle immagini è cambiato tanto. Ma per la passione, queste innovazioni non bastano: quello che trasmetteva papà è inarrivabile per chiunque e la tecnologia in questo caso non può fare miracoli!

 

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