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"Via radio e tv locali con la No Billag"

12.01.2018 - aggiornato: 12.01.2018 - 17:16

Alcune associazioni che rappresentano i piccoli media regionali hanno sottolineato in conferenza stampa a Berna che a venire colpita non sarebbe solo la SSR.

Nell'immagine Philippe Zahno, presidente delle Radio regionali romande (RRR).

© KEYSTONE/Christian Merz

L'iniziativa No Billag non colpirebbe solo la SSR, ma anche le radio e tv regionali, molte delle quali rischiano addirittura di sparire: lo hanno ribadito le loro associazioni in una conferenza stampa tenuta oggi a Berna in vista della votazione del 4 marzo.

Offerte come la copertura di elezioni comunali e altri avvenimenti locali e regionali sono minacciate dall'iniziativa per l'abolizione del canone radiotelevisivo, il pubblico deve essere cosciente di questo prima di andare alle urne, hanno affermato, rilevando che oltre un milione di persone ascoltano ogni giorno una radio locale e altrettante guardano una tv regionale.

"Desertificazione" in Romandia e Ticino

L'abolizione del canone significherebbe, a loro avviso, la fine dei programmi per la maggior parte delle 21 radio e 13 tv regionali titolari di una concessione e beneficianti di una parte del canone. E ci sarebbe il rischio di una "desertificazione" mediatica soprattutto in Romandia e Ticino e nelle regioni di montagna e periferico.

Se nella Svizzera romanda l'iniziativa passasse "solo quattro radio regionali continueranno a tramettere al posto delle attuali 12 e delle cinque tv. Altrove sarà la fine dei programmi", ha sostenuto Philippe Zahno, presidente delle Radio regionali romande (RRR), facendo riferimento a un simulazione effettuata dalle emittenti stesse, da cui è emersa la possibile sopravvivenza delle sole radio regionali delle città di Ginevra e Losanna.

Dal canto suo, la televisione regionale della Svizzera orientale (TVO) dovrebbe dimezzare il personale (30 posti a tempo pieno), ha avvertito André Moesch, presidente di Telesuisse, Associazione delle televisioni regionali svizzere. Impossibile in queste condizioni, ha aggiunto, garantire il mandato di servizio pubblico che esige una copertura dell'attualità regionale.

Più una regione è periferica, più è dipendente dal canone, ha proseguito Zahno, citando esplicitamente Ticino e Grigioni. La fine del canone - ha argomentato - non minaccia soltanto le emittenti ma anche le lingue minoritarie e l'economia che approfitta della loro presenza sul territorio per i suoi annunci pubblicitari.

L'illusione della pubblicità

Le radio e tv locali fuori dagli agglomerati traggono soltanto il 50% dei loro introiti dal mercato pubblicitario, ha rilevato. È dunque "illusorio" credere che potrebbero aumentarli grazie ad esso. Solo le emittenti con base nelle grandi città potranno sopravvivere. Attualmente, TeleZüri è l'unico canale televisivo a poter funzionare senza i proventi del canone.

E anche chi non beneficia oggi del canone risentirà dell'abolizione, ha avvertito Martin Muerner, vicepresidente dell'Associazione svizzera delle radio private. Gli introiti pubblicitari infatti diminuiranno per le emittenti minori se la SSR dovrà ricorrere a sua volta alla pubblicità radiofonica.

Il "piano B" non può funzionare

I rappresentanti dei media audiovisivi locali non credono al "piano B" dei promotori dell'iniziativa, che preconizzano un sistema di abbonamenti. L'esempio di Canal 9 in Vallese insegna: dal 1984 al 2014 le economie domestiche hanno pagato 36 franchi all'anno tramite fattura dell'elettricità e del collegamento via cavo per due ore di trasmissione al giorno. Gli introiti ammontavano a 1,8-2,5 milioni annui. Nel 2015 questo sistema è stato abbandonato per passare a un sistema di abbonamento. Appena 8000 nuclei domestici su 143'000 hanno pagato e gli introiti sono crollati a 300'000 franchi annui. Risultato: l'emittente ha licenziato 5 persone, ha chiuso l'ufficio di Martigny e ha ridotto le trasmissioni a un'ora al giorno.

Secondo le stesse associazioni, la via dei sussidi cantonali appare ugualmente impossibile. E citano una presa di posizione al riguardo della Conferenza dei direttori cantonali e dell'economia pubblica, secondo la quale un finanziamento dei media da parte dei Cantoni "non è realistico per ragioni giuridiche, politiche e finanziarie". Per i rappresentanti della radio e tv locali, l'iniziativa è opera di persone che non hanno la minima idea del funzionamento dei media locali. Nel caso di un sì, lo smantellamento avverrebbe molto rapidamente, già a partire dal primo gennaio 2019, ha avvertito Philippe Zahno.

La SSR va limitata

Pur raccomandano il rigetto di questa iniziativa "distruttrice, radicale e antisvizzera", le associazioni delle radio e tv regionali si trovano d'accordo nell'auspicare un ridimensionamento delle attività della SSR, che secondo André Moesch può e deve avvenire soltanto con una modifica della legge e della concessione. "Il 5 marzo vogliamo riprendere le discussioni", ha detto il presidente di Telesuisse. A suo avviso la SSR deve concentrarsi sul livello nazionale e lasciare alle emittenti di prossimità l'attualità regionale: "Vogliamo una vera complementarietà".

(Ats)

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