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"Griderei di gioia": Gnesa e la sua Verzasca

20.12.2017 - aggiornato: 20.12.2017 - 16:37

È in libreria l’ultimo lavoro di Giuseppe Brenna, dal titolo "La Valle Verzasca di Anna Gnesa e la Lucania di Carlo Levi - La montagna, i suoi abitanti e i suoi paesaggi".

di Claudio Mésoniat

 

A Giuseppe Brenna, è sempre bene ricordarlo, dobbiamo le cinque guide delle Alpi svizzero italiane, la cui utilità alpinistica in senso stretto, come raccolta sistematica di itinerari e scalate, è solo uno dei pregi di quei corposi tomi (basti confrontare la precisione assoluta dei percorsi ivi descritti con quella insidiosamente carente delle, ahimè, ormai più consultate giacché più maneggevoli descrizioni di gite e ascensioni offerte a profusione su internet da volenterosi alpinisti “della domenica”). Il valore aggiunto di quegli splendidi volumi di Brenna è nel gigantesco corredo di notizie geologiche, naturalistiche, toponomastiche, e soprattutto nell’apertura di orizzonti culturali sulla nostra civiltà alpina, negli squarci etnografici, antropologici ed estetici di cui le guide, di cima in cima, di alpe in alpe sono costellate (spezziamo una lancia in favore della loro pubblicazione sul web, sia pur abbreviati e attualizzati, di cui a nostro giudizio il Club Alpino Svizzero dovrebbe farsi carico sollecitamente). Non siamo affatto fuori tema rispetto al libro di cui ci occupiamo oggi. 

Brenna scava sempre lì

Nei suoi lavori posteriori alle guide Giuseppe Brenna ha infatti cercato di scavare sempre e soltanto nella medesima terra, con perseveranza degna di una grande causa e imposta da una passione divorante. L’intento è sempre quello: cercare di descrivere la bellezza della montagna che rappresenta gran parte del nostro territorio e interrogarsi, rubando al tempo pezzi di memoria storica, sulla natura della mirabile civiltà costruita dai nostri antenati, corpo a corpo con quella montagna. Ci riferiamo in particolare ai due libri nati dalle fatiche accademiche di Brenna, ovvero i lavori di Bachelor e di Master apparsi negli ultimi due anni: “La bellezza e il sublime nella Föpia e nel Poncione d’Alnasca” (2015) e “La Valle Verzasca di Anna Gnesa e la Lucania di Carlo Levi” (2017), entrambi editi da Salvioni. I titoli stessi ci rivelano che nel volume del 2015 l’autore ha tentato un approccio estetico (in senso filosofico) alla montagna, mentre nel volume fresco di stampa l’angolatura è dichiaratamente storico-letteraria. Di quest’ultimo libro ci occupiamo in questa pagina, dividendoci il compito con Teresio Valsesia, che affronta i capitoli dedicati a Levi e alla Lucania. Di seguito, qualche mia riga sulla “Verzasca di Anna Gnesa”, che non esaurisce affatto la ricchezza di quest’ampia sezione del libro.

La parola ad Anna Gnesa

Dopo aver tentato un suo affondo estetico nel precedente volume sulla Verzasca, questa volta Brenna si affida a una scrittrice, verzaschese fino al midollo, perché sia lei a offrirci una penetrazione ancor più intima e ancestrale nel “bello” di questo angolo del creato, tanto affascinante da aver ispirato artisti di ogni dove, della penna come della fotografia e del cinema, fino agli sprovveduti ma stupefatti ragazzini che l’hanno celebrata a modo loro su youtube ribattezzandola “le Maldive di Milano”. Non di bellezza dell’ambiente naturale soltanto si tratta, per Brenna e per Gnesa, ma di bellezza della civiltà scaturita, come detto, dall’insediamento umano e dalla reciproca trasformazione tra uomo e natura. 

Tuffo metafisico nell’acqua

Basta comunque leggere qualche pagina di Anna Gnesa per vibrare con lei della musicalità dell’acqua, o per scoprire sfumature inusitate di colori d’erba e di sassi. L’attrattiva per l’acqua, la simbiosi con essa, specie quella del fiume Verzasca nel quale la scrittrice identifica tout court la sua valle (propendendo per l’etimologia da “Viridiasca”, acqua verde) hanno in lei qualcosa di misteriosamente coinvolgente (si veda il brano citato nel riquadro). Al punto che, giustamente, Candido Matasci ha intitolato la più recente raccolta di testi inediti della Gnesa “Acqua sempre viva!” (Dadò, 2011) (da lì l’esclamazione della Gnesa che figura nel titolo di questa pagina). Non si tratta, per chi ancora non conosca la scrittrice, di testi poetici o narrativi. Le sue opere principali, “Questa valle” (1974) e “Lungo la strada” (1978) (entrambe riedite da Dadò, rispettivamente nel 2012 e nel 2001), sono prose, definite per solito “poetiche”, di un “quieto naturalismo memorialistico locale” (M. Fazioli, citato nel volume). Brenna riproduce in quest’ultimo suo libro anche numerose pagine della Gnesa, pagine di notazioni, di descrizioni, di riflessioni (poeticamente) filosofiche, che abbozzano “una semplice teologia di popolo”, secondo un’espressione suggestiva di Fazioli (ibidem). 

Quella «teologia di popolo»

Non che la Gnesa fosse animata da intenti apologetici della cultura cristiana che imbeveva tutto il vivere quotidiano suo come della sua comunità valligiana. Non ne fu neppure sfiorata, tanto era cosa ovvia. La maestra di valle, molto colta e dall’oscuro passato missionario in Medioriente (sul quale neppure le ricerche minuziose di Brenna riescono a gettare un po’ di luce), mette la sua scrittura al servizio di una sola causa: lasciare a noi un affresco della civiltà alpestre che adora e di cui ha il privilegio di cogliere le ultime forme e figure mentre esse si dissolvono sotto i suoi occhi, inesorabilmente. La Gnesa vive con dolore questo crepuscolo ai suoi ultimi bagliori, battendosi per salvare, nel dramma, almeno lo scenario grandioso del paesaggio (memorabili le sue donchisciottesche –nel senso nobile- battaglie per evitare la costruzione della diga di Vogorno, prigione di “acque morte”). 

Né idilli né censure...

La Gnesa, come il Brenna che se ne fa discepolo, ha gli occhi ben aperti sulle fatiche indicibili di quegli alpigiani poverissimi, abbarbicati ai minimi sprazzi di verde strappati ai dirupi per falciarvi il mitico “fieno di montagna” («troppa gente, in uno spazio troppo ristretto»). Nessun idillio pastorale, nessuna retorica. Né la vita dura, né le paure, né i drammi famigliari, le invidie e le rivalità vengono occultati. Lo sguardo della scrittrice, tuttavia, non si fissa ossessivo su questi dati innegabili della realtà, ma abbraccia il reale nella sua totalità. E nella vita della sua gente sa cogliere un dato realissimo: la gioia di vivere una vita semplice e laboriosa, stupita e grata per la bellezza della natura in cui si trova immersa.

... ma «loro sapevano cantare»

 Una gioia che esplode in un sintomo raro, ormai: “sapevano cantare, allora, nel lavoro e nel riposo” (citazione nel riquadro). L’antropologia che soggiace ai testi di Anna Gnesa ha un respiro più largo e compiuto, insomma più vero, storicamente più vero, rispetto a quella, fascinosa ma monca e un po’ truce, sottesa -per fare un esempio senza uscire dalla Verzasca- a un romanzo che si finge storicamente documentato come “Il prete rosso” di Giuseppina Togni. Certa è comunque una cosa: quella civiltà è tramontata. 

La radice era già morta

Era già devitalizzata, quando la Gnesa ne scriveva, come un dente tagliato dalla sua radice. Giusto rimpiangerla, ingiusto e inutile prendersela con le macchine e le dighe, il rumore e la solitudine di massa che ne hanno riempito il vuoto, in mancanza di meglio. Non ci basta? Non resta che tornare a cercare il seme che aveva generato il grande albero inaridito, e sperare nella grazia di un’acqua che lo bagni con la sua musica.

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